Renzi e il PD, di che si è discusso

Il Pd che esce dall’Assemblea nazionale, tenutasi domenica 14 dicembre a Roma, non è l’entità politica sgretolata che si temeva potesse essere; o meglio, formalmente non lo è, dato che le conclamate velleità secessionistiche delle varie minoranze, di cui ormai si è perso il conto, non si sono, alla prova dei fatti, concretamente realizzate.

Ma negli animi sta avvenendo comunque un logorio che prima o poi presenterà il conto a Matteo Renzi. Il Presidente del Consiglio, nonché segretario del partito, ha aperto e chiuso la convention democratica, dando l’idea che alla fine, nonostante tutto, chi comanda è lui. Ma ad inframmezzare i suoi due interventi, nelle forme antitetiche dell’eleganza di Gianni Cuperlo e del furore di Stefano Fassina, sono emersi tanti auspici che promettono un futuro burrascoso per quanto riguarda gli equilibri interni del Pd.

Un Renzi meno incline allo slogan e agli alti ideali, quello che ieri ha aperto l’Assemblea: si è premurato di dar lustro ai successi del Pd di quest’anno (dai trionfi elettorali alle quote rosa) e ha preso le distanze dai falliti tentativi di modernizzazione dell’Italia operati dal centrosinistra nell’ultimo ventennio; stigmatizzato il passato e lucidato il presente, il Premier si è poi concentrato sul futuro: la priorità è rappresentata, ovviamente, dalle riforme, di cui un Paese che trabocca di talento e genio ha necessario bisogno per incanalare nel modo più efficace tanta potenzialità. Ed è proprio su queste che arriva la stoccata: niente diktat da parte delle minoranze, o si collabora tutti insieme verso il medesimo traguardo oppure ciascuno sia pronto ad assumersi le proprie responsabilità.

Parole che, oltre a generare diversi applausi, hanno anche incendiato i cuori di coloro che si sono sentiti chiamati maggiormente in causa: da Cuperlo, che richiama l’importanza di non perdere di vista la vera base da cui trae ispirazione il Pd, ovvero quegli stessi lavoratori che, paradossalmente, hanno aderito in massa allo sciopero generale di venerdì 12 dicembre, fino a Fassina, che senza mezzi termini ha accusato Renzi di comportamento sleale nei confronti dei dissidenti confratelli democratici, e di usare gli stessi come espediente per arrivare al suo vero obiettivo: le elezioni anticipate.

Ma è proprio nelle parole di Cuperlo che si può rilevare il principale problema da cui stanno scaturendo tutte queste incomprensioni e guerre intestine: l’identità. Renzi lotta con i sindacati, stringe patti con Berlusconi, facilita i licenziamenti e piace a Confindustria: non proprio caratteristiche storiche dei leader del centrosinistra. Che sia per reali incomprensioni ideali o per timore di venir messi da parte, tanti all’interno del Pd non appoggiano questo nuovo corso della sinistra italiana.

Il più evidente segno di questa spaccatura all’interno del partito è rappresentata dall’assenza di Bersani, per problemi alla schiena e dalla mancata presenza, volontaria, di Massimo D’Alema, ormai da diverso tempo il principale nemico interno per Renzi, nonché figura di spicco di quel centrosinistra che il Premier e segretario sta così strenuamente tentando di lasciare ai margini della vita del Pd. E non è un caso che le successive repliche degli alfieri renziani, nello svolgersi dell’Assemblea, siano state tutte incentrate proprio su questo tema: Giorgio Tonini condanna una posizione di mero ostruzionismo da parte dei sindacati, Andrea Romano corrobora le tesi del rinnovamento parlando di “partito della Terza Repubblica”, lo stesso Renzi sottolinea come il Pd e il centrosinistra tutto non siano una sorta di braccio operante della Cgil.

Dopo tanta bagarre, il segretario ha chiuso la convention dichiarandosi soddisfatto del dialogo e del confronto verificatosi, ringraziando anche i suoi più efferati detrattori per i loro contributi; ma dopo tanta cordialità, ha anche chiarito che il segretario fino al 2017 è lui, così è lui il Premier del Paese fino al 2018, con buona pace di tutti quanti. Anche perché, in questo momento in particolare, il Pd non può certo permettersi di non procedere, pur controvoglia, compatto nella medesima direzione, dato il sempre più prossimo momento delle dimissioni di Napolitano e il conseguente e delicato periodo delle alleanze inter (ma a questo punto anche intra) partitiche per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.