Rogoredo, il buco nero della droga
che Milano vuole nascondere

C’è un buco nero nella metropoli rampante. Un drammatico buco nero a pochi passi dai palazzoni ultramoderni dai quali Sky inonda di immagini l’Italia calcistica; un buco appena al di là della massicciata sulla quale sfrecciano ogni giorno le frecce dell’alta velocità, simbolo del Paese che corre. Qui invece siamo nel buio, anzi nelle tenebre. È il boschetto di Rogoredo, la più grande piazza di spaccio del Nord Italia: grande non certo per dimensioni, perché sono poche centinaia di metri quadri, ma per la quantità di «roba» che arriva e viene venduta. È una sorta di porto franco dello sballo che Milano in questi anni ha silenziosamente accettato, seguendo la strategia del ghetto dello spaccio. Una strategia che non è scritta su nessun foglio di carta, ma che non a caso è stata messa in atto a partire dal 2015, quando con l’Expo la città ha pensato di proporsi ripulita agli occhi dei turisti e così ha nascosto il problema mettendolo sotto il tappeto. Il tempo però ha portato a una progressiva devastazione umana delle persone che gravitano come anime disperate attorno a quelle poche piante dove la «roba» non manca mai.

 

 

Qualche operatore in questi anni ha cercato di intervenire, di salvare il salvabile, convincendo qualche ragazzo (o ex ragazzo, ormai) a intraprendere un percorso in comunità. Ma la battaglia è durissima, perché troppo profonda ormai la deriva con cui nella maggior parte dei casi ci si misura a Rogoredo. Lo si è capito due giorni fa dopo un intervento della polizia che ha sequestrato grandi quantità di eroina nascosta alla bella e buona dagli spacciatori nel boschetto. Per un giorno a Rogoredo non c’era più «roba» e per chi arrivava con i soldi racimolati con le elemosine, non c’era nessuno a vendere. Chi c’era racconta di scene drammatiche di crisi di astinenza collettive; persone che si arrotolavano per terra sui gradini che portano al boschetto. Sono dovute intervenire le autoambulanze per portare i disperati dell’eroina al pronto soccorso. Racconta Simone Feder, un operatore che da tanto tempo sta seguendo da vicino il caso Rogoredo: «Con le due retate della scorsa settimana abbiamo tirato una fucilata su Rogoredo creando un fenomeno di dispersione incontrollata ovunque. Un nuovo presidio della droga, per esempio, l’abbiamo registrato nei pressi della stazione della metropolitana Porto di Mare». E non c’è solo questo problema. I prezzi della droga sono schizzati. Per l’eroina parliamo di 25 euro al grammo. Molto di più rispetto a prima, dove con due euro recuperavi una microdose. «Il consumatore, il tossico», racconta ancora Feder in un’intervista sul sito Vita.it, «è solo l’ultimo anello della catena: non riesce a drogarsi, sta male, va in astinenza e sono necessari gli interventi ospedalieri. Le persone con questo tipo di vissuto, con questo dolore dentro, sentono di non farcela».

 

Che cosa fare davanti a una situazione come questa? Innanzitutto non nasconderla, come Milano ha fatto in questi anni. E poi non partire dall’idea che questa è una umanità irrecuperabile. Dice sempre Feder: «Quello che abbiamo provato a fare presidiando l’uscita dal boschetto di Rogoredo è stato proprio dare una ragione per cui vivere. E la ragione può esistere solo nella relazione con l’altro, che non può essere un passaggio di comunicazione. Nessuno è irrecuperabile, questa arrendevolezza è un’idea malata».

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