Che fare se si è allergici ai gatti

I sintomi sono gli stessi: starnuti frequenti, occhi arrossati e pruriginosi, lacrimazione abbondante, talvolta con eventi anche cutanei come l’orticaria da contatto, rinite allergica ma soprattutto attacchi e crisi di asma. Eppure nell’aria non c’è neanche l’ombra di un polline, e allora? Se si ha una predisposizione a problematiche respiratorie, di diversa natura e intensità, o si è già allergici conclamati, la colpa potrebbe essere di… un gatto.

L’allergia al gatto. Anche gli animali, è risaputo, possono dare allergia: studi scientifici recenti avrebbero accertato che soprattutto nei Paesi occidentali gli allergeni liberati dal gatto possono causare reazioni di tipo respiratorio, in maniera prevalente asma bronchiale, nel 10-15 per cento di popolazione europea già sensibile ad agenti allergici, e fino al 35 per cento fra gli americani. Generalmente si parla di allergia al gatto o al pelo del gatto, ma è una definizione non appropriata, dicono gli esperti. Infatti il fattore scatenante, responsabile di tutta la possibile sintomatologia, è l’allergene Fel d1 che viene prodotto dalle ghiandole sebacee del felino e che è presente anche nella saliva. Diffondendosi poi in altre regioni del corpo dell’animale. Ecco perché accarezzare o farsi leccare da un gatto è un evento poco raccomandato ed assolutamente vietato per persone sensibilizzate, con varie forme di reattività, anche nel caso in cui si abbia la certezza di un gatto amante della pulizia al 100 per cento. Che si lustra e perlustra più e più volte al giorno, insomma.

 

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Benché l’allergene si annidi nel pelo e nella saliva del gatto, gli allergeni vengono poi liberati e diffusi nell’ambiente in maniera ubiquitaria, dunque non entrarne in contatto è cosa quasi impossibile. Per le dimensioni molto ridotte degli allergeni ma anche per la facilità con cui possono essere trasportati, queste minuscole particelle si insediano nelle fibre degli indumenti, nei capelli, si depositano su mobili e oggetti finendo anche in luoghi non abitualmente abitati dal gatto. A tal punto che la particolarità di questi allergeni è di poter indurre una reazione anche a distanza, ovvero dopo un periodo nel quale l’allergia è rimasta latente senza dare disturbi, secondo quella che gli esperti chiamano una tolleranza immunologica, che però alla fine si sfoga.

Dopo un periodo di latenza. Perché si sviluppa intolleranza dopo un periodo di latenza? Le ragioni possono essere diverse: l’arrivo in casa di un nuovo animale in aggiunta a uno o più già presenti, ad esempio, l’esposizione a un animale diverso dal proprio o anche l’allontanamento della persona sensibilizzata al Fel d1, insomma al gatto, anche per un breve periodo dall’ambiente di vita, o infine un cambiamento nelle abitudini. I sintomi possono manifestarsi, in presenza di tutti questi contesti, anche in maniera grave e importante. Con un rischio tanto maggiore se a questo allergene si aggiungono altri possibili fattori scatenanti: uno stress acuto, una infezione respiratoria, l’esposizione ad altri allergeni come i pollini durante la stagione critica.

 

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La prevenzione difficile. La prevenzione pratica è difficile. Gli esperti hanno provato a studiare delle misure ambientali preventive e cautelative, come attuare lavaggi più accurati e frequenti dell’animale, prima di allontanarlo dal domicilio. Tutte però, come nel caso degli acari, sono state senza successo, non hanno cioè evidenziato una riduzione significativa dell’allergene incriminato nell’ambiente, né dei sintomi soprattutto in caso di eventi respiratori importanti nella persona intollerante, in particolar modo se l’esposizione al gatto avviene in maniera discontinua o a dosi basso-moderate.

La soluzione terapeutica c’è. La prima cosa in caso di sospetto allergico al gatto è rivolgersi a uno specialista allergologo, il quale sarà in grado di consigliare la giusta terapia in funzione dell’intensità delle reazioni manifestate. Oggi infatti esistono diverse opzioni di trattamento e tra le più innovative c’è la terapia iposensibilizzante, l’unica in grado di indurre una reale tolleranza immunologica. Terapia che può essere attuta con diverse vie: l’Immunoterapia per via sublinguale, una pastiglietta da far sciogliere secondo le indicazioni prescritte dal medico sotto la lingua, che si è dimostrata efficace, garantendo anche assoluta sicurezza al paziente e l’Immunoterapia allergene-specifica (AIT) che, affiancata a eventuali altre cure farmacologiche laddove necessario, costituisce una valida soluzione per non dover rinunciare a convivere con l’animale, riducendo cioè al minimo il rischio di un aggravamento progressivo delle svariate possibili manifestazioni allergiche, soprattutto di tipo respiratorio.

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