Storia della Toldina, creduta strega
e il processo riaperto 300 anni dopo

In un comune di 4mila anime nella provincia di Trento, Bretonico, il consiglio comunale ha approvato una delibera per riaprire il processo di Maria Bertoletti di Pilcante (frazione del Comune di Ala). Qualora la richiesta dovesse essere approvata dal tribunale d’appello, il processo si terrà nel marzo del 2016, a trecento anni esatti dai fatti che determinarono la condanna a morte dell’imputata, da parte di un tribunale secolare (non ecclesiastico), con l’accusa di stregoneria. Nessuno fu coinvolto, perché Maria, nonostante le torture, non fece alcun nome. E a nulla valsero i dubbi sollevati dal suo avvocato, che identificò, nei crimini oscuri di cui la accusavano, semplici cause naturali. L’esecuzione, avvenuta il 14 marzo 1716, fu particolarmente cruenta: la donna venne decapitata e il suo corpo, com’era d’uso nella caccia alle streghe, venne gettato alle fiamme.

La proposta di un nuovo processo attraverso cui riabilitare il suo nome e, simbolicamente, quello di tutte le donne uccise a quell’epoca per via di condanne ingiustificate e violente è stata avanzata dall’assessore alla cultura di Bretonico, Quinto Canali, e sostenuta dal sindaco Christian Perenzoni. Ne ha parlato anche The Guardian, discutendo sull’opportunità o meno di questi tardivi atti riabilitativi.

 

 

La storia di Maria Bertoletti, la “Toldina”. La storia di Trento, allora parte di un principato vescovile di origine medievale, ricorda numerosi processi per stregoneria della regione: ognuna delle sue valli venne a suo tempo illuminata da un rogo. Uno degli ultimi ebbe appunto per vittima l’infelice Maria Bertoletti, detta la Toldina. La donna era una vedova di sessant’anni, risposatasi ma rimasta sempre senza figli. A causa di alcune dispute patrimoniali, proprio la sua famiglia sembra sia stata all’origine delle accuse che le vennero rivolte il 16 agosto 1715: «Malefici, sortilegi, stregonerie, infanticidi, sacrilegi, idolatria e apostasia ed altri delitti turpissimi atrocissimi ed orrendissimi».

Gli atti del processo e le accuse di stregoneria. Dagli atti del processo presenti su un documento latino del Settecento, un frammento non originale nascosto tra i manoscritti della biblioteca del Convento dei Frati Minori di Calvese, si legge di come la Toldina di Pilcante, secondo il dettagliato quanto grottesco capo d’accusa, sia stata iniziata dalla zia Agostina Bertoletti al culto di un demone, attraverso la celebrazione in piena notte di un empio battesimo al cospetto di un’adunata demoniaca. Con un terribile patto la Toldina si sarebbe impegnata a stregare un bambino ogni mese e a causare quanto più male e dolore possibile mediante «malefici, malie e abluzioni».

 

640

[L’esecuzione della Toldina, disegno di Aldo Ripamonti, dal libro I Brentonicani]

 

Regolarmente recatasi a diaboliche congreghe cavalcando il proprio demone, la donna era giudicata colpevole di aver partecipato a ritualità oscene, di essere responsabile della morte di otto bambini (fra cui quella del proprio nipote), spesso uccisi mediante l’uso di una mistura realizzata «con la cenere del fuoco del Sabato Santo, coi fondi dell’acqua lustrale e i resti dell’olio e della cera delle candele che nella settimana santa si accendono al sepolcro del Signore» o per immersione in formaggio bollente. Altri sono i sortilegi e i malanni di cui si costituisce la lunga lista di accuse rivolte a Maria Bertoletti, come l’aver causato disturbi fisici e ossessioni, aver reso sterili i campi o corrotto il vino delle cantine tramite ostie sacrileghe. Giudicata di fronte a un tribunale secolare, sotto tortura ammise la propria responsabilità nei crimini imputati, aggiungendone altri all’elenco.

Alla Toldina seguì Domenica Simbeni di Piazzo: suo l’ultimo rogo trentino che venne allestito un paio di anni più tardi, dopo che si lasciò morire nel castello in cui l’avevano rinchiusa.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.