Il taglio di senatori e deputati
ha il sapore di un suicidio di massa

Oggi viene approvata la più fulminea riforma mai messa in atto nel nostro Paese. Si va al voto per il taglio dei parlamentari, sull’onda di una demagogia anti politica che in questi anni non ha conosciuto argini e alla quale nessuna forza politica ha saputo opporsi. Così ci sono pochi dubbi sull’esito del voto, con il quale una buona quantità di parlamentari sceglieranno di «suicidarsi» rendendo di fatto utopistica la loro rieleggibilità alle prossime elezioni: i deputati passeranno da 630 a 400, i senatori da 315 a 200. La riforma è una delle condizioni che i 5Stelle hanno imposto per la formazione del nuovo governo, ed è una condizione alla quale il Pd, unica forza politica che avrebbe potuto organizzare una resistenza, ha dovuto piegarsi. Anche l’opposizione di centrodestra si piegherà al diktat, in quanto nessuno osa affrontare il vento di un’opinione pubblica avvelenata con i partiti e con il palazzo. La riforma approvata oggi prevede un iter obbligatorio per permettere a chi vuole opporsi di trovare i numeri per un referendum (ipotesi altamente improbabile). Il tempo limite per proporre il referendum è il 7 gennaio. Nel caso si andasse al voto, la consultazione dovrebbe tenersi in primavera. Dopo di che il governo ha 60 giorni di tempo per ridisegnare i collegi elettorali. Naturalmente il vero risultato della riforma è un risultato politico: garantisce che la legislatura durerà sino al termine del 2023, in quanto è facile pensare che i parlamentari cercheranno di stare a bordo il più possibile, visto che con i nuovi numeri la selezione sarà molto più aspra.

 

 

C’è poi un altro obiettivo politico a cui il governo lavora in prospettiva: è una condizione posta dal Pd nel momento in cui accettava la capitolazione sui tagli dei parlamentari. Entro il mese di dicembre verrà presentata una legge di riforma del sistema elettorale per rafforzare la componente proporzionale. Non sono ancora chiari alcuni punti chiave, come la soglia di sbarramento (alla quale è molto sensibile Leu, la formazione di sinistra che fa parte dell’alleanza di governo, ma che interessa anche a Renzi) o come il premio di maggioranza per la coalizione vincente. È chiaro che l’obiettivo politico di questa altra riforma è quello di arginare la Lega che potrebbe far man basa nei 232 seggi uninominali della Camera e nei 116 del Senato: è vero che da qui al 2023 gli orientamenti elettorali potrebbero cambiare, ma comunque il salvinismo rappresenta il vero spettro per le forze di governo: non è un caso che nessuno, dopo tanti proclami, abbia osato ancora metter mano ai «famigerati» decreti sicurezza voluti dal leader della Lega. La paura infatti è quella di portare ulteriore acqua al suo mulino. La Lega da parte sua, pur relegata all’opposizione, non se ne sta con le mani in mano. Infatti ha depositato un quesito referendario (proposto da cinque consigli regionali) per una riforma contraria del sistema elettorale, in direzione maggioritaria. La Corte Costituzionale dovrà decidere se ammettere o meno il quesito. Dovesse dare semaforo verde (cosa che viene ritenuta improbabile) tutti gli sforzi degli alleati giallo rossi, diventerebbero vani.

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