La tribù uscita dalla foresta
per chiedere aiuto al mondo

L’Amazzonia brasiliana è il posto del mondo dove vive la maggior parte di comunità indios isolate. Si stima siano almeno 77. Della maggior parte di loro si sa poco o niente, di altre se ne ignora l’esistenza.

Una tribù sconosciuta in fuga. Pochi giorni fa, nel nord del Brasile, una di queste tribù, la Rio Xinane, si è manifestata e ha interagito per la prima volta con i nativi Ashaninkas. Gli indigeni, secondo quanto spiegano diversi osservatori, sono fuggiti dal loro territorio, in Perù, a causa degli attacchi dei narcotrafficanti e dei taglialegna abusivi che operano nella regione. Molti degli anziani sono stati uccisi e le case incendiate. La tribù ha vissuto in isolamento per anni, e a fine giugno ha cercato un contatto col mondo, per ricevere aiuto e cercare armi: una decina di uomini che – a quanto sembra – hanno percorso un cammino di circa una settimana per uscire dal Perù e arrivare in Brasile. Per attraversare la giungla, la loro unica misura di protezione è stato l’uso di fischi ancestrali, simili ai suoni animali.

Dopo l’incontro sono spariti di nuovo nella foresta, ma, passate tre settimane, sono tornati, perché pare avessero contratto un virus (influenza e difterite). Lo stato primitivo in cui erano abituati a vivere, l’assenza di vaccinazioni e il contatto con chi attacca le loro regioni sono le cause principali della loro malattia.

 

 

Li stanno sterminando. Il dipartimento governativo brasiliano degli affari indigeni, il FUNAI (Fundação Nacional do Índio), ha diffuso un video girato sulle rive del fiume Envira situato nella Repubblica di Acre, stato del Brasile al confine con il Perù. Gli indigeni urlano e raccontano la loro storia, fatta di violenze. Sono seminudi, indossano solo una piccola cintura di pelle marrone che trattiene un lungo coltello, parlano un idioma appartenente al gruppo linguistico Pano. Molti dei gruppi incontattati – questo il termie tecnico per definirli – sono i sopravvissuti del boom del caucciù, durante il quale molti indigeni furono ridotti in schiavitù. Sono timorosi e si avvicinano con diffidenza agli abitanti del villaggio che, in segno di amicizia, offrono loro dei caschi di banane.

Gli esperti hanno chiesto che il territorio venga protetto con urgenza, perché gli indiani contattati rischiano lo «sterminio» e il «genocidio».
Dai racconti, infatti, emerge che ci sono stati talmente tanti morti che la tribù non è stata in gradi di seppellirli tutti e molti cadaveri sono stati mangiati dagli avvoltoi.

La malattie esterne costituiscono un rischio mortale. Un’altra minaccia viene dalle malattie. Seppure nel video vengano mostrati giovani di buona salute, la popolazione non ha difese immunitarie verso le più comuni patologie del mondo globale. Un raffreddore può trasformarsi in un’infezione respiratoria acuta.

Funai e Survival International si appellano ai governi. Il Funai, che ha riferito di aver seguito il gruppo indigeno fin dal 2008, si occupa di tutelare queste tribù, ma non ha i mezzi sufficienti per far fronte a eventuali epidemie e ne denuncia l’elevato rischio. Accusa il Perù di avere una grossa responsabilità a riguardo, poiché non ha protetto adeguatamente queste tribù e la loro terra, costringendoli a fuggire oltre confine.

Le compagnie di gas e petrolio. Da anni, infatti, la foresta amazzonica peruviana è terreno di esplorazione per le grandi compagnie di gas e petrolio, che scelgono di lavorare nella foresta amazzonica, anche in riserve dedicate alla protezione dei popoli più vulnerabili della terra. Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, ha chiesto al governo brasiliano di ripristinare immediatamente tutti i suoi avamposti di osservazione nell’area e di destinare più fondi alla sua unità per gli Indiani incontattati. Survival ha, inoltre, chiesto al governo peruviano di indagare sui resoconti del massacro e di proteggere il territorio delle tribù incontattate.