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In tutto il Paese aumentano i boschi
ma non è affatto una bella cosa

In tanti, quando hanno letto la notizia, sono rimasti piacevolmente colpiti: la superficie boschiva del nostro Paese ha raggiunto i 10,9 milioni di ettari, ovvero il 5,8 percento in più rispetto a 10 anni fa, nel 2005. Stando ai dati recentemente diffusi dal Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea) nell’Annuario dell’agricoltura italiana 2014, in 30 anni i boschi hanno conquistato oltre 3 milioni di ettari e, attualmente, coprono un terzo del territorio nazionale. Un ritorno al verde e alla natura quindi, una notizia positiva penserete. Beh, non è proprio così.

 

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Una crescita incontrollata. Stando all’analisi compiuta nel rapporto, infatti, si scopre l’inarrestabile avanzata dei boschi in Italia non è frutto di una attenta strategia e di politiche mirate, bensì il risultato dell’abbandono e dell’incuria delle aree verdi nazionali. In questa crescita, infatti, soltanto 1.700 ettari l’anno sono dovuti a interventi effettivi di rimboschimento, il resto è invece frutto di un’incontrollata conquista da parte dei boschi di aree verdi abbandonate e non controllate, quali terreni incolti e pascoli d’altura non più frequentati da animali. Come spiega National Geographic, la storia recente delle foreste italiane è legata a doppio filo all’abbandono delle aree rurali ed è una storia che comincia più o meno negli anni Cinquanta e ha un finale imprevedibile, visto che si tratta di un’evoluzione ecologica mai vista prima nel nostro Paese dopo l’anno Mille.

Perché non è una bella notizia. Stando ai dati presenti nel saggio The Italian Historical Rural Landscape di Mauro Agnoletti, gli ettari di bosco in Italia negli anni ’30 erano 4 milioni contro i quasi 11 milioni di oggi. I motivi di una così scarsa presenza boschiva in quegli anni erano principalmente due: le devastazioni della Prima Guerra Mondiale che ancora pesavano sul territorio nazionale, e soprattutto lo sfruttamento intensivo delle foreste per ricavare nuovi campi e zone pascolo. Una situazione simile si è vissuta nel secondo Dopoguerra, quando lo Stato promulgò le prime (e finora uniche) leggi in tema di rimboschimento, per favorire una nuova espansione delle foreste italiane. Il problema del rimboschimento, però, non sta solo nella quantità, ma anche nella qualità dello stesso. Raoul Romano, ricercatore del Centro di politiche e bioeconomia del Crea, esperto di politiche ed economia forestale e coautore dell’Annuario del Crea, spiega il motivo per cui gli ultimi dati non sono affatto positivi: «Nei decenni, oltre ad aumentare la superficie coperta dal bosco, è aumentata soprattutto la densità forestale. Significa che c’è molto meno spazio tra un albero e l’altro e un sottobosco che, sempre più spesso, è ormai impenetrabile». Quello che non si riesce più a fare da anni nel nostro Paese, infatti, è gestire i boschi e la loro crescita incontrollata, che fa male in primis proprio ai boschi stessi. Romano continua: «Una foresta impenetrabile è quasi indifendibile in caso di incendio o di attacchi parassitari. Abbiamo avuto molti esempi a riguardo negli ultimi anni: dalla Sardegna alla Calabria alla Puglia. Spesso è impossibile entrare nel bosco per spegnere le fiamme e l’unica alternativa è quella dei Canadair, ma a volte neanche questi bastano».

 

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Cause e soluzioni. E la colpa di tutto questo, manco a dirlo, è di noi umani. Come detto, nel secondo Dopoguerra si attuarono delle politiche di rimboschimento, ma furono fatte male, senza tener conto della biodiversità tra una zona e l’altra del nostro Paese e senza alcun riguardo per le specie autoctone. Ciò ha portato alla distruzione di alcune specie e allo sviluppo incontrollato di altre. Quale può essere la soluzione, dunque? Se state pensando al taglio degli alberi, avete in parte ragione. Ma, naturalmente, anche questa attività necessità di essere normata e controllata. Il prelievo di legname deve ancora oggi rispettare il cosiddetto “vincolo idrogeologico”, che non significa vietare il taglio, ma gestirlo per evitare il dissesto idrogeologico e per controllare la crescita dei boschi. Un principio che è stato addirittura elevato a sistema in tutta Europa con la “gestione forestale sostenibile” ma che purtroppo, in Italia, è stato negli anni dimenticato. Perché, come sottolinea Romano, «gestire un bosco non significa solamente tagliare alberi. Si tratta di un processo colturale e culturale che accompagna lo sviluppo di una risorsa valorizzandone i beni economici e i servizi ecosistemici che questa può fornire all’uomo, oggi come in futuro».

Tagliare dunque va benissimo, purché sia fatto bene e con oculatezza. Anche in questo senso, però, l’Italia non brilla. L’Annuario di Crea, infatti, spiega che nel nostro Paese, ogni anno, si taglia solo il 30 percento della nuova superficie boschiva contro il 60 percento della media europea (in Austria si arriva addirittura al 90 percento). Basterebbe studiare meglio la conformazione dei boschi per incrementare questa percentuale, aiutando così i boschi stessi ma anche l’industria del legno italiana (che ha un fatturato superiore persino all’Ikea), costretta a importare dall’estero l’80 percento della legna utilizzata nelle proprie lavorazioni. Ciò dimostra che nei nostri boschi ci sia un potenziale economico enorme inutilizzato. Eppure, se tenessimo veramente all’ambiente, un ragionamento in tal senso andrebbe fatto.

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