Unesco, adesso niente più invidia
per Crespi d’Adda, Vilnius e Visby

Chi decide di prendere un aereo da Bergamo per una delle tante località su cui vola Ryanair presto potrebbe scoprire che quella località è inserita tra i siti Unesco. Il Patrimonio dell’Umanità è un club ristretto, tant’è che ogni Paese può avanzare due sole candidature l’anno. Però, anno dopo anno, sta diventando un gruppo ampio. I centri storici delle tre capitali baltiche, ad esempio, sono in quel club: Tallin, Riga e anche Vilnius (che vi consigliamo di visitare). La città dove ieri è arrivato l’ambito riconoscimento per le mura venete di Bergamo, cioè Cracovia, vi fa parte addirittura dal 1978. In provincia c’è un luogo che già da più di vent’anni (1995) è tra i siti Unesco: Crespi d’Adda. Sempre nel 1995, entrò nel club Visby, centro principale della Lega Anseatica nel Baltico dal dodicesimo al quattordicesimo secolo, città medievale meglio conservata di tutta la Svezia. Il turista cinico che viaggia spesso per l’Europa potrebbe pensare che sono quasi meno i siti non Unesco, che il contrario. Ma, realisticamente, non ce n’è uno di quei posti, una volta visitato, che possa essere tacciato di demeritare una qualche targa di prestigio planetario. Anche se la sua notorietà sia talmente bassa da essere passibile di un certo sarcasmo.

Bravo chi ci ha creduto. Bergamo, al netto di un certo campanilismo che ce la fa vedere come una delle città più belle del mondo, sicuramente meritava. Bisognava solo trovare la chiave d’accesso giusto per l’Unesco, quell’intreccio di caratteristiche storiche, sociali, architettoniche, artistiche e paesaggistiche che poi portano alla promozione. Fare da capocordata per altre città murate veneziane ha pagato, anche se c’è qualcuno che pensa che sarebbe stato meglio passare da un riconoscimento singolo per l’intera Città Alta. Ma sono opinioni buttate un po’ lì, perché anche al momento dei festeggiamenti c’è sempre chi dice che si poteva far meglio.

La storia della candidatura. Un percorso lungo un decennio, che ha attraversato tre amministrazioni di Bergamo e sostenuto da tre diversi sindaci, ma che ha avuto origine addirittura negli anni ’90, da un’idea di Gianni Carullo, storico del Comune di Bergamo. Quell’idea fu raccolta da Francesco Macario nel 2007, allora assessore della Giunta Bruni: prese allora avvio il lavoro che portò il progetto ad espandersi  inizialmente fino a Cipro, per attestarsi poi al Montenegro. Undici luoghi per altrettante città, in tre Regioni italiane (Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia) e tre diverse nazioni europee (Italia, Croazia e Montenegro): sviluppato per oltre mille chilometri – da Bergamo alle bocche di Cattaro -,  il sistema difensivo “alla moderna” della Serenissima Repubblica è il tema del sito culturale seriale transnazionale denominato “Le opere di difesa veneziane tra XVI e XVII secolo. Stato de Terra – Stato de Mar” proposto al riconoscimento dell’Unesco. Ci sono volute 4.253 ore di lavoro per la stesura del dossier definitivo, decine di iniziative per far conoscere la candidatura. Bergamo è sempre stata capofila del progetto: nella sala del Consiglio Comunale di Palazzo Frizzoni viene lanciata ufficialmente nel 2010 la candidatura. Per appoggiare la candidatura viene creata l’Associazione Terre di San Marco, con l’obiettivo di coinvolgere il più possibile la cittadinanza sui temi del progetto. Dopo anni di esclusione dalla lista dei siti da sottoporre all’Unesco, negli ultimi anni arriva l’accelerata: nel 2014 la candidatura viene iscritta nella Tentative list di Italia, Croazia e Montenegro. Nel 2016 l’Italia decide che le “Opere di difesa veneziane” saranno l’unica candidatura italiana dell’anno, quella su cui convergeranno gli sforzi del Ministero e della diplomazia del nostro Paese. Nel 2016 agli uffici Unesco viene consegnato il dossier di candidatura, oltre 1.000 pagine di lavoro realizzato con la collaborazione del Siti di Torino. Nel 2016 parte la valutazione di Icomos sui siti della candidatura. Sempre nel 2016 viene promosso l’Abbraccio delle Mura, un evento da Guinness dei primati (ne otterrà due e ne detiene ancora uno) per sostenere il progetto coinvolgendo il maggior numero di persone, uno dei requisiti fondamentali richiesti da Unesco. A maggio 2017 il responso di Icomos, che ammette la candidatura delle opere di difesa veneziane, ma ne riduce i luoghi da 11 a 6: rimangono Bergamo, Peschiera, Palmanova, Zara, Sebenico, Cattaro; grande esclusa Venezia.

L’idea della candidatura. «Abbiamo gettato dei semi senza avere coscienza di quanto sarebbe cresciuto il nostro progetto»: l’idea di una valorizzazione complessiva delle Mura di Bergamo, germoglio della candidatura che oggi diventa patrimonio dell’umanità, risale al 1988. La ebbe l’arch. Gianni Carullo, che allora era alla Commissione urbanistica del Comune di Bergamo guidato dal sindaco Zaccarelli. L’occasione fu il progetto del neonato Ministero dei beni Culturali, “Memorabilia”, un investimento di diverse centinaia di miliardi di lire per la riqualificazione e il restauro di documenti, monumenti, paesaggi di valore storico che andavano deperendo e che si trovavano al di fuori delle previsioni di intervento di Ministero e Soprintendenze. Carullo ebbe l’idea di non presentare un monumento in particolare (il prof. Passerini Tosi e l’architetto G.De Carlo puntarono sul complesso di Sant’Agostino perché potesse divenire un giorno Osservatorio sulla città) e propose lo scenario di Bergamo Alta e delle fortificazioni veneziane. «Ho passato 4-5 mesi recandomi 2-3 volte a settimane a Trastevere a seguire questo progetto, – sottolinea Carullo -, abbiamo fatto una grande mostra nell’ex orfanotrofio di Roma e poi presentammo i progetti, sia Sant’Agostino che il Colle di Bergamo, alla Commissione di valutazione. Avevo pensato a un paesaggio, a un ambito urbano più ampio cogliendo le elaborazioni dell’Ancsa, l’Associazione Nazionale Centri Storici e Artistici, di cui faccio ancora parte. La commissione apprezzò il progetto e portò al primo posto tra le proposte lombarde Bergamo e il Suo Colle. Sfortunatamente la Giunta Galizzi lasciò decadere tutto. Italia Nostra e i Verdi si scagliarono contro il piano Memorabilia, perché era fuori dalle intenzioni di intervento diretto del ministero e delle soprintendenze. E mentre Bergamo stava ferma e lasciava decadere il progetto, Brescia ottenne fondi per riqualificare Santa Giulia, Lucca ristrutturò interamente le Mura e Ferrara non solo ristrutturò le Mura, ma anche il quartiere ebraico». «Continuammo a parlarne in qualche modo. Al di fuori delle sfere istituzionali. Era più volontariato culturale, mandammo a Roma anche alcuni documenti, io e Orazio Bravi, che era direttore della biblioteca Mai e si interessò alla questione. La cosa prese slancio istituzionale vero con il sindaco Bruni e l’allora assessore Francesco Macario. Entrambi credettero alla candidatura e andammo a Roma tutti e tre per avviare il percorso con il ministero. Incontrammo il ministro al terzo piano del collegio romano: fu colto immediatamente lo stimolo internazionale e seriale del progetto e la candidatura convinse proprio per il suo valore simbolico, a pochi anni dalla conclusione della guerra nella ex Yugoslavia. Ci presentò subito due funzionari del ministero, perché ci seguissero nel percorso di candidatura: uno dei due era l’architetto Adele Cesi, che ha accompagnato il lavoro fino a oggi». Da allora sono passati una dozzina d’anni. La candidatura prese corpo davvero nel 2007, vent’anni dopo la prima intuizione di valorizzazione delle fortificazione veneziane di Gianni Carullo.

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