Utili record per la Cooperativa Ruah
«Ma l’accoglienza non è business»

A supporto di chi definisce l’accoglienza dei migranti «un business», ci sono i numeri: 367,7 milioni di euro di fatturato complessivo considerando solo le 45 realtà più rilevanti che hanno depositato presso la Camera di Commercio locale il proprio bilancio 2016. Un aumento, come ha sottolineato Libero, del 24,81 per cento sul 2015. A supporto di chi, invece, definisce l’accoglienza un’attività sociale, c’è il lavoro che svolgono quotidianamente tante persone, volontari e non.

Tra queste, anche Bruno Goisis e Francesco Fossati, presidente e direttore della Cooperativa Ruah, che da 26 anni si occupa di accoglienza e che, in Bergamasca, gestisce circa 1.600 richiedenti asilo su un totale di 2.700. Non è un caso che, nella “classifica” dei fatturati delle 45 realtà italiane più rilevanti del settore, la Ruah sia undicesima con 9 milioni e 246mila euro circa. «È un dato impressionante – ammette Goisis -, soprattutto se valutato sul 2015, quando il fatturato fu di 4 milioni e 852mila euro. E che influisce sull’utile, salito da 82mila a 284mila euro».

 

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Quei cinque milioni in più arrivano tutti dall’accoglienza dei migranti?
«La maggior parte sì. Il sessantacinque per cento. Il 2016 è stato un anno di vera emergenza».

Libero definisce la vostra attività «un grande affare».
«Non solo Libero. Ma ci tengo a dire una cosa: la ricaduta economica della nostra attività è tutta sul territorio bergamasco. Ci affidiamo a oltre sessanta fornitori bergamaschi e diamo lavoro a bergamaschi. I nuovi assunti sono praticamente tutti del territorio».

Siete passati da 70 a 270 dipendenti. Che professionalità avete ricercato?
«Le più svariate. In generale, quelle che ci permettessero di elevare il nostro livello qualitativo. Operatori sociali ed educatori che avevano perso il lavoro ad esempio. Ma anche insegnanti, cuochi. E infermieri e infermiere, bravissimi, che ci permettono di ridurre la pressione sul servizio sanitario nazionale. Non è cosa da poco, eh» .

È una scelta costosa?
«Sì. Infatti è proprio su questo fattore che i senza scrupoli possono guadagnare».

In che senso?
«Nel senso che se non si assumono dei professionisti e ci si affida quasi totalmente ai volontari è evidente che il risparmio, e quindi il guadagno, è enorme. Noi, per esempio, abbiamo trenta insegnanti a cui affianchiamo centocinquanta volontari. Quei trenta sono la base. Altri non fanno lo stesso».

 

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Dite che quel fatturato è frutto di un anno eccezionale. Come pensate, allora, di poter continuare anche in futuro a pagare 270 dipendenti?
«È una domanda legittima e noi stessi stiamo lavorando a strategie per il futuro. Ma va detto che chi arriva in Italia non se ne andrà a breve. Parliamo di anni in cui il nostro lavoro sarà fondamentale. Tutto sarebbe più semplice se si applicasse generalmente il modello Sprar (Servizio di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, ndr)…».

Cioè l’accoglienza gestita dai Comuni?
«Esatto. I Comuni potrebbero gestire direttamente l’accoglienza insieme a noi coop. Invece, per motivi politici, si è costretti a ricorrere al sistema dei Cas (Centri straordinari di accoglienza, ndr), detta anche accoglienza prefettizia perché tutto ricade sulla Prefettura, costretta a imporre l’accoglienza e con un coinvolgimento dei Comuni pari a zero. Il problema è che l’accoglienza non porta voti, per loro è meglio subire il sistema Cas, dà modo di lamentarsi. Allo stesso tempo, però, permette a realtà che vogliono solo lucrare di trovare spazio».

E qual è la differenza tra voi e queste altre realtà?
«Noi siamo nati con la mission dell’accoglienza. È da anni che viviamo questa situazione. Nel 2011, con Roberto Maroni ministro degli Interni, abbiamo gestito per conto suo l’emergenza in Nord Africa. Per noi è naturale prevedere una serie di cose in questa attività, dagli insegnanti agli infermieri. Mi chiedo come sia possibile che altre realtà, che fino a ieri facevano altro e non operavano neppure nel sociale, oggi siano in grado di lavorare al meglio in una situazione così critica. Poi magari sono bravissimi loro, ma ho i miei dubbi».

Dei 35 euro al giorno per migrante, quanto ne resta a voi?
«Il bilancio è molto chiaro in tal senso. 2,50 euro vanno al migrante, poi ci sono tutti i costi “di servizio”. A noi restano 48 centesimi. Stiamo lavorando anche per rafforzare le altre nostre attività di base, perché siamo consapevoli che non durerà per sempre questa situazione e che la cooperativa, a regime normale, può avere un fatturato di 5,5 milioni, non certo di nove e passa».

 

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Su cosa risparmia chi lucra sull’accoglienza?
«Il fattore principale, come ho detto, è la qualità del servizio offerto. Oggi i bandi prefettizi sono un po’ più stringenti, ma il margine resta ampio».

Sul cibo?
«Nooo. Poi te li ritrovi in strada a protestare, eh (ride, ndr). Il cibo è cultura, non dimentichiamolo. No, i margini di guadagnano esistono sull’elemento organizzativo».

Con il decreto Minniti è cambiata la situazione?
«In modo importante. C’è stato un calo drastico degli sbarchi».

Bene, no?
«Sì, dal punto di vista della gestione è fondamentale. Non operiamo più in uno stato di continua emergenza. Siamo riusciti addirittura a fare un magazzino. Però…».

Però?
«Però mi chiedo: qual è il prezzo? Cosa sta succedendo in Libia? Purtroppo noi sappiamo che là, dal punto di vista umanitario, la situazione è preoccupante. Chi vuole partire viene messo in carcere e tenuto lì, in condizioni pietose».

Ed è un problema di cui deve farsi carico l’Italia?
«No, certo che no. Dovrebbe essere l’Europa a intervenire, è anni che lo diciamo».

 

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Nella Bergamasca c’è un potenziale di integrazione per tutti i migranti arrivati e che arriveranno?
«Parliamo di 2.700 persone su un territorio di 1,2 milioni di abitanti: non sono così tanti. Se tutti i Comuni avessero accolto dei migranti, non ne avremmo 180 a Botta di Sedrina. Perché così sì che è un problema, ce ne rendiamo conto noi per primi. Non credo che il problema sia legato ai numeri. Potenzialmente c’è spazio per tutti, le piccole sperimentazioni che abbiamo fatto hanno dato esito positivo. Quasi tutti i richiedenti che ottengono lo status poi trovano anche un lavoro. Lavori umili, certo, ma meglio che niente. Ovviamente è anche un tema di sensibilità del territorio, ma secondo me il potenziale c’è».

Il “modello Bergamo” è un’eccellenza in tema di accoglienza?
«Parlare di eccellenza sarebbe una bugia, direi che è un modello che funziona. Che per ora ha saputo gestire un’emergenza enorme. Stiamo inserendo degli elementi qualificanti in un sistema che può ancora migliorare. L’importante è non fare mai passi indietro. Quei 48 centesimi possono diventare un euro o più solo con un calo del livello qualitativo. E noi non vogliamo né possiamo permettere che ciò avvenga».

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