Ho visto Parigi sotto assedio
terrorizzata dalla gente normale

Li vedevi sbucare da tutte le vie, a gruppi, ben riconoscibili per i giubbetti di sicurezza prelevati dalle loro auto. Sono arrivati in una Parigi ridotta a città fantasma. Eppure i “gilets jaunes” che uscivano dalle scale della metropolitana e che camminavano in mezzo a strade senza traffico, perché anche le automobili erano state bandite da questo assurdo sabato parigino, non avevano facce da mettere paura a nessuno. Donne e uomini normalissimi, con il loro aspetto da provinciali: gente dell’immensa provincia francese, che per manifestare la sua rabbia sceglie sempre il sabato, perché negli altri giorni c’è comunque da lavorare. Li vedi con i loro abiti senza fronzoli, il sacchetto del cibo in mano o nello zainetto, le mani grosse di chi ha nelle mani uno strumento essenziale di lavoro. Hanno mani con l’odore del diesel, vero oggetto del contendere in questa sfida tra il Paese profondo e l’élite che comanda: aumento delle accise, revisioni delle auto con standard insostenibili in un Paese immenso, dove senza le quattro ruote sei un uomo morto. Queste sono le materie del contendere, che la Parigi ecologista, che ora è stata invasa dai monopattini elettrici, non vuole e non sa ascoltare.

 

 

Sono arrivati a Parigi scoprendo che la capitale ha uno strano terrore di loro. C’è la paura perché le frange violente che si inseriscono tra questa maggioranza di gente arrabbiata ma tranquilla possa ancora seminare distruzioni. Ma soprattutto domina un’altra paura: quella di avere a che fare con un pezzo di Paese che nessuno conosce, perché non ha mai preso parola o non ha mai avuto diritto di parola. I “gilets jaunes” sono vissuti dai parigini come un’invasione di extraterrestri. Per questo è scattata una psicosi che ha portato la città ad asserragliarsi.

L’aspetto più impressionante era quello dei negozi: la gran parte avevano protetto le vetrine con grandi pannelli di legno, come se ci dovesse proteggere dal contagio di una epidemia. Chi non aveva messo pannelli, aveva svuotato completamente i locali, così da fuori si vedevano stanzoni vuoti, come quelli degli esercizi tristemente azzerati da un fallimento. Via i vestiti, via le scarpe, via le borse: restavano solo i piedistalli muti, in uno scenario da film di fantascienza. Ma erano non solo i simboli “odiati” del lusso metropolitano a sparire nel nulla: anche i negozi alimentari in tanti casi avevano tenuto le saracinesche abbassate. Ed erano stati chiusi d’autorità naturalmente tutti i musei, dal più grande al più piccolo, in una città piena di turisti che giravano un po’ spaesati e attoniti e ai quali non restava che “assediare” l’unico monumento che non aveva chiuso i battenti, la cattedrale di Nôtre Dame.

 

 

Uno scenario incredibile che faceva pensare ad un Paese spaccato in due, ma con una leadership che ne rappresenta (e conosce) solo una parte. I “giliets jaunes” sono gente normale, senza una rappresentanza. È un popolo sparpagliato che ha alzato la testa perché ha ritenuto che la misura fosse colma: non ci sono ragioni ideologiche, non c’è un essere di destra o di sinistra. C’è un senso di delusione e di fatica perché nessuno sa e nessuno vuole saper come si vive lontano dalla capitale dove tutto si concentra, sia il potere che la narrazione mediatica. È un altro capitolo di quel malessere globale che oppone la gente normale alle élite. Sabato poi non è successo quasi nulla. Ma certo la sensazione è che non è finita qui…

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