Vita nelle case popolari di Bergamo
Quel muro tra stranieri e anziani

La popolazione che abita i quartieri “popolari” è cambiata. In un sistema dove la domanda è dieci volte superiore all’offerta, sono sempre più in aumento gli stranieri e gli inquilini storici, alla soglia degli ottant’anni, per i quali si rende necessario pensare ad azioni di inclusione e sostegno. A Bergamo, gli immigrati (anche europei comunitari) delle case di proprietà del Comune (990 appartamenti) si attestano intorno al 15 percento, mentre su 1.050 inquilini (dato del 2015) gli ultra 65enni sfiorano quota cinquecento. Una fotografia che cambia per i quartieri Aler della Città, dove per gli alloggi di proprietà (6.038 appartamenti), le famiglie immigrate sono arrivate al 28 percento.

Angelo, in via Luzzati dal ’62. In un contesto dove si concentra sempre più una popolazione vulnerabile e fragile, emerge allora la consapevolezza che abitare non è avere un tetto con qualche servizio nei paraggi. Quello che serve, è un’offerta di reali opportunità per l’aggregazione e la socializzazione. Senza dimenticare forme di assistenza indispensabili. La solitudine è spesso la peggior malattia per gli anziani: «Sono un alpino, ho sempre dato una mano quando ancora c’era mia moglie e le gambe funzionavano bene». Angelo, classe 1926, vive nelle case di via Luzzati dal ’62, e ha visto come il disagio e le sofferenze abbiano cambiato in cinquant’anni il quartiere della Malpensata. Si occupa di lui il figlio Roberto che, per poterlo assistere, ha chiesto la mobilità: «Il papà era un po’ l’uomo di fatica e la mamma portava i bollettini alle famiglie, andava a fare le punture. Capitava che li chiamassero anche quando moriva qualcuno per occuparsi delle faccende più urgenti a partire dal dover vestire il defunto. Lo hanno sempre vissuto come atto di familiarità». Sono lontane quelle sere quando Angelo andava a far compagnia al “Bepu”, lo sollevava dal letto e insieme si mettevano sul divano a guardare la Tv: «Mi ha lasciato in eredità questo bastone, mi serve per muovermi e arrivare fino al centro anziani di via Furietti». Niente ramino o tresette, dice: «Non li conosce più nessuno quei giochi, al massimo si fa un giro di scopa».

 

Angelo

Angelo Fratus, classe 1926, vive nelle case di via Luzzatti, alla Malpensata, dal 1962.

 

Mondi diversi che non si incontrano. Le case Aler della Malpensata ospitano duecento famiglie, ma le distanze tra anziani e immigrati sono ancora apparentemente incolmabili: «Il papà e la mamma sono sempre andati d’accordo con tutti , mai una discussione, mai un battibecco» dice il figlio Roberto: «Io non abito più qui, ma so che il clima è cambiato: gli inquilini storici lamentano la mancanza di rispetto delle regole da parte delle famiglie che arrivano da Paesi diversi dal nostro. Una volta alle due del pomeriggio non potevi far baccano perché c’erano gli anziani che facevano il riposino. Oggi devi chiudere le finestre per le urla e spesso non basta. E se provi a lamentarti rischi anche le male parole». Mondi lontani che tentano di entrare in contatto ma che restano diffidenti, non si mischiano: «Ogni tanto in cortile le famiglie immigrate organizzano un tavolo per mangiare insieme e fare festa, ma non vedi mai un italiano seduto con loro. Ci sono stati tentativi di avvicinamento ma con scarsi risultati, soprattutto quando si spiega che esistono regole di convivenza che vanno condivise». E resta sempre in agguato il tema della sicurezza (percepita): «Da poco sono state installate delle telecamere e questo ha contribuito ad abbassare la tensione anche se nessuno esce da solo la sera».

 

Esrad

Ersad, profugo, con un figlio. Da due anni in Grumellina.

 

Hamijete ed Esrad, profughi, da due anni in Grumellina. I lampioni illuminano a giorno il cortile. Una decina di bambini, di etnie diverse, ci corrono in tondo, le bambine, sedute su una panchina ridono e scherzano con un Babbo Natale di pezza. Anche nei quartieri popolari, nella trasformazione che stiamo vivendo, è grande la sfida: dare tutti un contributo per poter sentire e dire collettivamente in modo nuovo “noi”. I “dommav”, dice Hamijete mentre versa un bicchiere di tè orientale, sono simili ai “nodini” bergamaschi, con le verze e la carne macinata, «ma senza il parmigiano». Trentacinque anni (tutti in un sorriso). Almeno il doppio, nelle vite che ha già vissuto. La guerra dei Balcani in immagini confuse della memoria, la traversata per l’Italia, il campo profughi e poi il marito e i figli (quattro): una vita (normale e felice), a Bergamo. «Sono musulmana, ma non porto il velo, perché una volta indossato, lo tieni tutta la vita. Anche alle mie due figlie ho lasciato la massima libertà, decideranno da adulte, l’importante è che nella loro testa ci sia buonsenso ». Aveva 16 anni quando si è sposata con Ersad, anche lui arrivato nel campo profughi di via Rovelli, nel 1993, da Pristina: «All’inizio eravamo in pochi, poi hanno iniziato ad arrivare tutti quelli che scappavano dalle bombe, dalle torture, io mi sono salvato perché mio padre mi diede dei soldi per andarmene. Fece così anche con l’altro mio fratello e oggi siamo tutti qui a Bergamo».

L’appartamento Aler del quartiere Grumellina, che abitano da due anni, è un piccolo gioiello in bianco e nero, con tappeti sulle pareti: «L’Italia mi ha accolto, ho sempre lavorato, ho accettato tutte le possibilità che mi sono state offerte. Diciamo anche che mi sono fatto voler bene». Non deve essere stato facile. «Se non sei nato qui, capisci subito che per far rispettare i tuoi diritti, quelli che ti permettono di costruire una vita, fai molta fatica. Credo che ci sia fastidio nei confronti di chi arriva dalla disperazione. Ho imparato nel tempo che devi affidarti alle conoscenze, è l’unica possibilità che hai. Tutti i posti di lavoro dove sono stato, li ho trovati perché c’era qualcuno che ci metteva una buona parola, funziona così. Da solo, anche con la mia buona volontà, non ce l’avrei fatta». Non hanno mai subito discriminazioni, ci tiene a ricordare Hamijete, né loro, né i bambini, che si sono inseriti bene a scuola.

Eppure se sei straniero «non devi far vedere che sei felice, spesso non te lo perdonano». Continua Ersad: «Anche sul lavoro, ho capito che devo restare un passo indietro altrimenti c’è il rischio di venire isolati. Per chi vuole crescere, imparare, è frustrante». Stringe il più piccolo di casa, che in pigiama lo guarda attento: «Mi piacerebbe che i miei figli vivessero qui con noi, ma in Italia le prospettive sono preoccupanti, e d’altronde l’idea che debbano ripartire da zero come abbiamo fatto noi, mi rattrista». Parla di Pristina, dei suoi amici, mentre Hamijete versa il tè e spiega che «è più intenso di quello che siete abituati a bere, ma è buono perché possiamo condividerlo » .

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