L’uomo che offre il caffè ai clochard
che sono alla stazione di Bergamo

Le foto nell’articolo sono di Stefano Lavelli

 

Piccoli gesti, spontanei: questa è la sua filosofia. Stefano Lavelli è uno stezzanese come tanti. Un lavoro, una famiglia, la passione per la fotografia. Eppure è dotato di una qualità speciale: l’empatia verso il prossimo. Spesso la mattina, quando il freddo pungente penetra nelle ossa e immobilizza le mani, Stefano acquista il caffè nel bar di fronte alla stazione di Bergamo e lo porta ai clochard. I passanti lo osservano con scetticismo. Mendicanti e immigrati, invece, lo guardano con occhi riconoscenti. Alcuni, però, non possono neppure ringraziarlo. Già, perché il più delle volte lui giunge in sordina, lascia caffè e brioche ai piedi di una panchina, dove qualche senzatetto infreddolito ancora dorme, e se ne va.

 

 

Lavelli non fa parte della Parrocchia e neppure di un’associazione politica. Non è un volontario e nemmeno un angelo dei giardini. È semplicemente un uomo che vuole dare una mano a chi è meno fortunato. «Spesso porto la colazione a sorpresa ai ragazzi migranti che chiedono la carità oppure al mendicante seduto fuori sulla strada, con zucchero e bastoncino per mescolare, ovviamente – dice entusiasta Stefano –. Non faccio nulla di speciale, niente di preparato, è tutto istinto del momento. Nessuno schieramento politico né religioso. Sono in totale autonomia e sensibilità». Le reazioni sono le più svariate: «Tutti sorridono in maniera molto sincera – racconta –. È una gradita sorpresa che li sorprende moltissimo perché è una cosa probabilmente molto rara. Se cercano di farmi l’inchino di ringraziamento, io li fermo, non voglio assolutamente. Ai clochard, invece, porto volutamente la colazione mentre ancora dormono affinché restino piacevolmente stupiti al loro risveglio. Non penso sappiano chi sia l’autore del gesto, a parte uno che mi ha visto e mi ha aiutato a posizionare i bicchierini. Sono contento e orgoglioso di quello che sto facendo da solo. Chi mi conosce lo sa. Evito di dare soldi, quello è dannoso per loro. L’accattonaggio è un racket, purtroppo. Il denaro non strappa mai loro un sorriso come ricevere un caffè spontaneo».

Gesti normali, insomma, che però in pochi riescono a compiere. Questo perché la diffidenza generale è più forte della volontà di stabilire una relazione umana: «Gli immigrati temono le reazioni e i giudizi di chi mi vede fare questo gesto, di una normalità per me assoluta. La gente mi guarda scettica, ma io con un sorriso la smonto. Vedo persone recarsi a Messa tutti i giorni a pochi passi dalla stazione autolinee. L’altro giorno, a pochi passi dalla chiesa delle Grazie, uno ha mandato a quel paese un bisognoso, un altro ha scavalcato una ragazza. Le mani giunte in preghiera sono il contrario dell’azione». Poi alla mente di Stefano riaffiora un aneddoto: «Una volta  una ragazza ai giardini degli Alpini, in zona parcheggio Atb, era in terra sotto la pioggia battente e nessuno la aiutava. Io mi sono avvicinato, l’ho portata sulla panchina e le ho dato un ombrello. Poi ho chiamato casa sua con il cellulare. Non voleva l’ambulanza e non ho insistito. Nel giro di cinque minuti è arrivato suo padre a prenderla e se n’è andato senza nemmeno un grazie. Io non ci ho fatto caso, ma una signora accanto mi ha fatto notare il mancato ringraziamento. Due giorni dopo ho ritrovato la ragazza nello stesso punto: mi aspettava. Mi ha preso le mani e mi ha ringraziato. Per carità, non sono l’angelo di quella zona, la probabilità di trovare i disperati lì è alta. Il problema è che la gente scavalca e se ne va. La sensibilità è una dote che o si ha o non si ha. Se la si ha, a volte è un problema. Perché i sensibili fanno sempre più fatica. Il mio modo di vedere la strada nasce dalla mia passione per la fotografia. Ho diversi album su Facebook e sulla mia pagina dedicata agli istanti di strada. Questi scatti mi hanno permesso di fare esplodere questo mio lato sensibile. Dalle mie foto traspare tutto».

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