Ecco perché la Diocesi di Bergamo
è un modello contro la pedofilia

«Non siamo all’anno zero. Posso indicare due diocesi che, in Italia, hanno promosso buone pratiche e sono un esempio: Bolzano e Bergamo». Queste parole sono state pronunciate sabato 23 febbraio da padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa della Santa Sede, durante un incontro con i media internazionali a margine del summit sugli abusi sui minori tenutosi in Vaticano e fortemente voluto da Papa Francesco. Bergamo come esempio, dunque. La nostra Chiesa come modello da seguire per prevenire (dove e per quanto possibile) i casi di pedofilia nella chiesa stessa e negli ambiti di sua competenza. La Diocesi di Bergamo, infatti, è l’unica, insieme a quella di Bolzano, ad aver diffuso una circolare intitolata Buone prassi di prevenzione e tutela dei minori in parrocchia. Una sorta di vademecum destinato agli “addetti ai lavori” nel quale si danno una serie di regole e indicazioni da seguire per fare in modo che ogni rischio sia ridotto al minimo.

 

 

«Bisogna superare la logica del silenzio e occorre che sia indicato chiaramente da tutte le diocesi come, dove e a chi si devono segnalare i casi sospetti e le accuse», ha detto padre Lombardi. Andando in questa direzione, la Diocesi di Bergamo ha istituito un apposito ufficio di tutela dei minori, guidato dal cancelliere don Gianluca Marchetti e da don Francesco Airoldi. Il loro compito, ovviamente, non è quello di sostituirsi alla magistratura o agli inquirenti, ma quello di vigilare e vegliare, analizzare i casi, fare in modo che l’omertà non l’abbia vinta. Questo, però, non basta. «Mi colpisce molto la fiducia che gran parte delle famiglie attribuisce agli oratori. Questa fiducia ci impegna ancora di più a rispondere con il massimo della responsabilità, non solo con incontri di formazione, ma in un impegno costante che metteremo in atto», ha detto il vescovo Francesco Beschi. Ed è da queste parole che è nata la circolare (consultabile e scaricabile sul sito della Diocesi).

Il termine “pedofilia” non viene mai citato, mentre “molestia” viene usato una sola volta. Nonostante un linguaggio molto “soft”, però, il messaggio che passa è chiaro: massima attenzione, sia nel modo di relazionarsi con i più giovani (e i più deboli), sia verso le persone che con i minori si devono interfacciare. Non a caso il primo punto riguarda proprio i criteri con cui scegliere le persone che devono operare a contatto con i minori. Si legge: «L’urgenza di trovare “qualcuno che se ne occupi” non ci esime dal considerarne l’idoneità. […] Nella scelta degli operatori pastorali non si richiede un’indagine previa sulla loro vita personale, né tantomeno sono necessarie – per quanto attiene ai volontari parrocchiali – certificazioni atte a dimostrare l’assenza di pendenze giudiziarie. Prudenza vuole che, nell’ipotesi in cui sorgano fondati elementi di…

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 8 del BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 7 marzo. In versione digitale, qui.

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