L’amaro ritorno dalla finale di Roma
e la speranza nella frase d’un bimbo

Il treno adesso corre verso il Nord, sotto un cielo di nuvole strappate, bianco e azzurro. Come la Lazio. C’è questa campagna così dolce e nella luce del primo mattino, sotto il cielo azzurro, le montagne lontane sono un profilo nero. I colori dell’Atalanta. È l’eco di questa partita che non svanisce, che ci ha fatto dormire un sonno agitato, difficile, e che si diffonde anche qui, in questo treno che sale velocemente al Nord e che riporta a casa tanti bergamaschi; li sento che parlano al telefono e, proprio in questo momento, un giovane alto e grosso che nel sedile ci sta appena dice sommessamente: «Che cosa ci vuoi fare… sarà per il prossimo giro».

 

 

Razza bergamasca, la cenere si è di nuovo posata e sembra che il fuoco che mercoledì sera divampava sugli spalti dell’Olimpico si sia spento; ma la brace è lì sotto. Finita la partita, mercoledì sera i ventiduemila bergamaschi hanno accettato il risultato, hanno applaudito tanto la squadra, hanno pianto anche, come Masiello e come Barrow, l’anziano e il ragazzo. Poi però hanno visto le immagini in tivù, quelle del fallo di mano, e allora hanno pensato che bisognerà fare qualcosa. Ma stamattina all’alba Roma era quieta e bellissima, il sole accarezzava le fronde alte dei pini di Villa Borghese, si affacciava sulla piazza del Popolo deserta e in fondo si vedeva, lontano, l’Altare della Patria. Che meraviglia questa città. I due bar della piazza alzavano la saracinesca, all’edicola ho comprato i giornali che raccontano la partita, dicono un po’ tutto di quello che ieri sera è successo all’Olimpico. La Gazzetta dello Sport in prima pagina cerca di essere equa e sotto la grande foto dei giocatori laziali festanti con la coppa inserisce anche la rabbia del Gasp per il rigore non concesso e per la mancata espulsione di Bastos. Il Corriere dello Sport invece è il giornale sportivo dei romani e quindi in prima pagina non c’è notizia dello scandalo se non in una breve riga in basso. Ma il titolone grande dice semplicemente: “Biancocelestiale”. Un buon titolo, non c’è che dire. Soprattutto per una squadra che si è battuta tenacemente e umilmente, con furbizia. Leggendo il Corriere dello Sport si capisce che i laziali non ci credevano tanto alla possibilità di vincere la Coppa Italia contro l’Atalanta. Per questo hanno giocato come una provinciale e sono riusciti a imbrigliarci, per colpirci poi di rimessa. Ci sono riusciti.

E noi? Perché non abbiamo sviluppato il nostro gioco? Ieri sera mentre uscivamo dallo stadio, noi atalantini eravamo un esercito silenzioso, un fiume di folla da fare invidia al Tevere gonfio di acqua. Eravamo un esercito silenzioso, pensieroso. Nessun incidente, nessuna manifestazione di rabbia. C’era di tutto in questo…

 

Per leggere l’articolo completo e lo speciale sull’Atalanta rimandiamo alle pagine dalla 2 alla 9 del BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 23 maggio. In versione digitale, qui.

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