Baba Fulgenzio adotta anche
gli orfani di Haiti: aiutiamolo!

Padre Fulgenzio Cortesi (Baba Fulgenzio) è un missionario passionista di 81 anni, nativo di Castel Rozzone. Insegnante, giornalista e scrittore, ha dedicato la vita alla alla cultura, all’arte e alla civiltà africana, ma ha dovuto attendere fino al 2000 per trasferirsi nel continente che ha sempre amato. In Tanzania voleva occuparsi di cultura, ma un mattino una bimba bussò alla sua porta e gli disse: «Asante baba» (grazie baba). Il missionario bergamasco era stato nella sua capanna e le aveva fatto una carezza. Scoprirà che quella bambina non aveva né papà né mamma. Da quel giorno prendersi cura degli orfani diventa la sua missione. Fonda il Villaggio della Gioia a Daar es Salaam, adottando oltre cento figli, e poi il Villaggio della Luce a Morogoro. Quattordici anni fa, per dare una madre a quei bambini dà vita all’Istituto Missionario “Mamme degli Orfani”. Le suore di Baba Fulgenzio ora andranno ad Haiti, dietro espresso invito di Mons. Pierre Dumas, vescovo di Nippes, per dar vita a un nuovo villaggio che si chiamerà Villaggio della Misericordia. Padre Fulgenzio è stato recentemente in Bergamasca per curarsi dal quarto tumore. Questa intervista è stata pubblicata sul BergamoPost cartaceo del 23 novembre.

 

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Bentornato Baba Fulgenzio, come sta?

«Sì dai, si va avanti! Senza paura…».

Si va avanti o si va indietro?

«Quel che vuole Lui (il Signore, ndr)! Io vado avanti, Lui faccia quel che vuole…».

Che novità porta dalla Tanzania?

«Sono contento: tutto cresce, l’Istituto delle “Mamme degli Orfani” cresce… Adesso la mia testa è in Haiti, stiamo andando ad Haiti».

Ad Haiti?
«Ho trovato la strada, ho scritto al Vescovo di Nippes, monsignor Pierre Dumas, e lui mi ha chiamato. Un confratello passionista gli ha detto: “Ci sarebbe padre Fulgenzio che vorrebbe aprire un villaggio per gli orfani… però, insomma, non sa….”. Il vescovo gli ha risposto: “No no, venga, gli scrivo io” e ci ha inviato una lettera: “Che siate i benvenuti! Venite, ma venite subito, fate presto, ne abbiamo estremo bisogno: qui siamo pieni di orfani e di ragazzi di strada!”».

E lei?

«Gli ho detto: “Sì, un momento, bisogna prepararsi. Sa cosa vuol dire per un fondatore miserabile, scassatissimo, mandare lì le sue suore?”. Ci vogliono tanti soldi, serve che qualche “Mamma” conosca il francese, non posso mandarle allo sbaraglio. Farsi carico dei bambini è il nostro carisma, io farò di tutto, ma ci vorranno almeno due anni».

Non le basta più l’Africa?

«L’Istituto che ho fondato è missionario, cioè per il mondo. Io voglio spaziare. Non voglio che dipenda dai diversi vescovi, ma dal Papa. Già spostarmi da Daar es Salam a Morogoro, una città di due milioni di abitanti che appartiene a una diocesi diversa, per dar vita al Villaggio della Luce, ha comportato mille questioni».

Il Villaggio della Luce funziona?

«È stato già inaugurato: accoglie 150 bambini all’asilo e quaranta orfani».

Ha adottato anche questi? Quanti figli ha?

«Circa duecento».

 

 

Incredibile, ha 81 anni, una salute compromessa e si vuoi lanciare in un’altra impresa impossibile?

«Man mano che il Signore mi manda un tumore, io faccio un villaggio. Così si stancherà!».

Le han diagnosticato un altro tumore?

«Sì, il quarto. Anche questo al fegato, bello, piazzato bene».

Lei sta sfidando il Padreterno, quello che lei definisce il suo “socio in affari”.

«Due villaggi sono già fatti, il terzo, Haiti, me l’ha mandato adesso».

Chi?

«Il Signore. È un impegno extracontinentale, un salto non indifferente per un Istituto che ha solo quattordici anni».

Quante sono le suore adesso?

«Ventidue, però c’è una prospettiva. Ho nove novizie e tredici postulanti, per cui tra due anni saranno quaranta. E ogni anno ne entrano cinque o sei nuove. Io devo inviarle nel mondo, perché ci sono i Paesi più poveri, c’è Haiti, ma poi c’è il Bangladesh».

Ha già in mente un altro villaggio dopo Haiti?

«Il Bangladesh è un Paese poverissimo».

Fisicamente come sta?

«Sono stanchissimo, ma contentissimo perché la gioia di aver aperto il villaggio a Morogoro è grande. E perché la strada per andare ad Haiti è aperta. Serviva l’invito ufficiale di un Vescovo, e non è facile che un Vescovo accolga un Istituto straniero che non conosce. Lui ha letto la regola, si è fidato e ha detto “Va bene”, a braccia aperte. Perciò adesso, anima e corpo, sto pensando ad Haiti».

Haiti è sempre stato il suo primo amore.

«È la terra degli schiavi, la più disastrata del mondo tra catastrofi, maremoti, terremoti. Un Paese dove solo il due per cento dei bambini va a scuola, la mortalità infantile è paurosa. Noi non abbiamo bene idea di come sia, io sto studiandolo attraverso la corrispondenza con i Passionisti. È là il posto dove dovrebbero moltiplicarsi le Mamme degli Orfani. Poi, finito là, si penserà ai Paesi più poveri».

Ma i medici cosa dicono della sua salute?

«Sono stupefatti dal fatto che ci sono ancora».

Quante operazioni ha subito finora?

«Otto. Ho cominciato con la prostata vent’anni fa, e da allora è stato tutto un susseguirsi di interventi».

Non si è mai scoraggiato?

«No no, ci vuol altro! Io li considero doni del Signore, cosa vuole farci».

Quanti soldi servono per Haiti?

«Devo fare i miei conti, ma ne serviranno parecchi certamente. La prima cosa che farei è mandare in Francia quattro suore per imparare bene la lingua perché devono saper dialogare. Poi ad agosto vorrei inviare una commissione per una settimana – se ce la faccio vado anch’io –, a parlare con il vescovo e a vedere un po’… Probabilmente lui la terra ce a dà, ma i vescovi fanno presto: “Mettiamo una suora in una parrocchia, un’altra in un’altra parrocchia, e così via”. Ma noi non siamo così. Noi siamo comunità missionaria e le suore vivono insieme con i bambini: le Mamme degli Orfani sono dedicate agli orfani, non alle parrocchie. Il nostro carisma è questo e di lavoro ce n’è d’avanzo!».

Quanti bambini le piacerebbe accogliere ad Haiti?

«Il Villaggio della Luce di Morogoro è già programmato per duecento bambini e duemila studenti. A gennaio si avvia ufficialmente l’asilo, con 150 bambini, i più poveri. Ad Haiti penso lo stesso, anzi un po’ di più. Poi ci sono le dependances. Io vorrei riempire Haiti delle mie suore. Haiti è l’inferno, sembra che il diavolo si sia accasato lì. C’è bisogno, c’è bisogno, i bambini vivono allo sbando. Ogni settimana il mio confratello padre Rick raccoglie dieci, dodici, quindici cadaverini. Li seppelliscono su una collinetta, altrimenti vanno le ruspe e li gettano nelle fosse comuni. I bambini a Haiti vivono sulla strada, nelle discariche, tra i rifiuti, e non si può andare avanti così, senza un affetto. Io mi sono sentito di fondare un Istituto specifico solo per loro: i bambini hanno diritto ad avere una mamma. Faccio quel che posso, però vado avanti. A Morogoro abbiamo ancora un piccolo debito con il costruttore, ma poi abbiamo pagato tutto».

Padre Fulgenzio, come stanno adesso i suoi primi figli, quelli del Villaggio della Gioia in Tanzania? Quanti anni hanno?

«I miei primi figli hanno ventuno anni e stanno benissimo. Certo i giovani sono giovani dappertutto… Ce n’è uno al quale mancano tre anni per laurearsi in Fisica; un altro è in seminario, ha iniziato Teologia e gli mancano quattro anni. Gli altri sono sparsi qua e là, un po’ si arrangiano e un po’ ci pensa il baba Fulgenzio. Io ho la patria potestà, ufficialmente lo Stato me li dà e diventano i miei figli fino ai 18 anni. Però poi mi chiede di seguirli per sempre. È una parola, ogni anno escono 20-25 diciottenni cui devo trovare una sistemazione, ma adesso anche in Tanzania la disoccupazione è immensa».

I giovani africani emigrano in Europa, lo propone anche ai suoi figli?

«No. A loro ho detto: “Non andate all’estero. Fate un po’ di fatica qui, se andrete là starete peggio”. Il mondo non è ancora preparato per questa benedetta accoglienza, c’è l’egoismo più terribile. Però dai, non mettiamo limiti alla Provvidenza».

È contento delle sue suore o no?

«Molto. Sono suore di spirito. Hanno 25, 26, 30 anni. Sono ricche di fantasia, moderne, un po’ sbrigliate, però hanno un carisma veramente bello. Una dirige la scuola primaria, due la scuola secondaria, una è la segretaria dell’Istituto, una è mia segretaria particolare. Poi, soprattutto, pregano. Noi preghiamo alle 5.30 del mattino, a mezzogiorno, alle 16 e alla sera recitiamo compieta. Preghiamo molto insieme».

E visita ancora le case dei suoi figli nel villaggio?

«Sì, tutte le sere».

Quando torna in Italia che impressione le fa?

«Sento sempre di più la voglia di scappar via. Trovo un disorientamento, dappertutto: qui in convento, fuori, nelle famiglie dove vado. Vedo nei figli una disobbedienza che a me fa paura. Il mio rapporto di padre con i miei figli è fatto di rispetto, di stima, di armonia completa, ma di un’obbedienza non discutibile. Altrimenti c’è il caos: noi siamo 1800, tra figli e studenti della scuola. Debbo guidare 70 professori, alcuni sono giovani e hanno idee… no no, dico, bisogna stare al programma stabilito, non ci si scappa».

E quando viene qui…

«Mi sento in esilio. Però ho bisogno anche di venire. Per la salute e anche per raccogliere un po’ di soldi. Sto mettendocela tutta per conoscere nuovi amici».

Che cosa la colpisce del nostro modo di vivere?

«Questa estrema libertà usata male. E la tristezza. Tutti corrono senza essere contenti. Noi no: noi siamo contenti. Poveri, poveri, ma contenti. Le relazioni sono belle, gli incontri anche con chi non si conosce sono importanti: ciao, come stai? Ci si ferma un attimo. Qui invece si rischia di incontrare un amico continuando a osservare l’orologio o il cellulare: “Sai…”. No, prima c’è l’uomo. Mi colpisce molto questo. E l’essere sempre scontenti di tutto, cominciando dal governo: tutti criticano. Sono via da vent’anni e noto sempre di più questa espressione continua di critiche e lamentazioni spesso non fondate, questo parlare a vanvera».

E della Chiesa che cosa dice?

«Non potrei giudicare, non so. Mi fanno male male male le critiche in alto, al Papa, non le capisco proprio. La Chiesa ha una dignità, questi piccoli o grandi scandali mi stupiscono, non so… è umano. La chiesa è santa e peccatrice. Dobbiamo mettercelo in testa».

Meno del 30 per cento degli italiani frequenta la Chiesa.

«Siamo proprio atei, un popolo senza cristianesimo. Va be’, mi raccomando anche a lei: mi dia una mano per i bambini di Haiti».

 

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