Bosatelli: «Chorus Life sarà l’utopia
costruita nel cuore di Bergamo»

Domenico Bosatelli, 84 anni a dicembre, è presidente e primo azionista di Gewiss (nome tedesco che significa “certo, sicuro”, come buon auspicio per il futuro). Ha iniziato nel 1966 l’attività artigianale per la commercializzazione di piccolo materiale per impianti elettrici. A partire dal 1970 ha costruito un’azienda che è diventata internazionale. Cavaliere del Lavoro, nel 2003 gli è stata conferita la laurea honoris causa in Ingegneria meccanica. È presidente di Luberg, associazione dei laureati dell’Università di Bergamo. Chorus Life è un progetto avveniristico fondato sulla tecnologia smart city che verrà realizzato nella ex Ote di via Bianzana. Il progetto è dell’architetto Joseph Di Pasquale. Nella pagina a fronte, immagini del futuro quartiere che prevede abitazioni, arena, ristopub, hotel, centri benessere, negozi, una piazza e un parcheggio con ricarica dei veicoli elettrici.

 

Cavaliere buongiorno, come sta?
«Bene, grazie».

Vedo che fuma ancora.
«Morire l’ultimo giorno e divertirsi con qualcosa di utile fino all’ultimo istante».

Vorrei capire perché con Chorus Life ha deciso di fare un regalo alla città.
«Io non sto facendo un regalo, per me è un investimento. Guglielmo Pelliccioli, un amico che ha fondato Il Quotidiano Immobiliare online, ha usato un titolo che mi piace molto: “Chorus Life, un progetto chiamato utopia che prende vita”. Un’utopia che prende vita, questo è Chorus Life. La leva dei successi è l’utopia, perché è tre chilometri sopra l’ultima stella, non la raggiungi mai, ma strada facendo fai un sacco di cose».

 

Bosatelli e Gori nel cantiere all’ex Ote: sono iniziati i lavori di demolizione

 

Perché dice che non è un regalo alla città?
«Perché voglio realizzare un sogno mio».

Ce lo racconta?
«Io sogno quell’atmosfera che si respirava dopo il 25 Aprile 1945, quando tutti si rimboccavano le maniche per costruire l’Italia. Non penso oggi di dedicare una piazza alla libertà, ma il senso della piazza che voglio realizzare è racchiuso nel simbolo di Chorus Life: un sagittario che scocca una freccia. La freccia è il punto: vuol dire, vai oltre ogni limite».

Ok, ma come l’ha pensata e perché in un quartiere di Bergamo?
«Non è pensata, rispecchia un modo di essere. Cercavo qualcosa che riuscisse a trasmettere il mio istinto. Non è roba di laboratorio. Tutti noi siamo animali sociali, e il primo problema è l’aggregazione, che oggi non c’è più. Ognuno vive per conto suo. Sono stato a cena con la Cristoforetti, che è favolosa nel trasmettere i sentimenti che provava nello spazio. Condividevo con lei questa zoomata dall’universo verso la Terra. Vedi quel pianeta lì, piccolo e apparentemente solo, circondato da nuvole. Ma più ti avvicini più noti l’assurdità della nostra società: non c’è più uno spirito di aggregazione costruttivo. Allora cerchi qualcosa per andare oltre questi limiti, una freccia, appunto. Ma non vorrei trasformare questo incontro in filosofia…».

Continui pure…
«Io ricordo gli Anni Cinquanta, non c’era niente: c’erano gli zoccoli e i ciottoli della strada. Ma allora sognavamo. Cercavamo tutti uno spazio, qualcosa di originale. Era un’età intelligente: perché non fare il nodo semplice alla cravatta, se quello doppio ti dà fastidio? Oggi si cerca l’originale, ma in negativo, invece bisogna costruire e andare oltre».

Come ha fatto lei da giovane?
«Ho girato per quasi vent’anni tutti i paesi d’Italia oltre i duemila abitanti, da Vipiteno a Mazara del Vallo. Andavo a caccia di esperienze. Quando trovavo una persona di successo, volevo capire perché e cosa diceva. La mia è sempre stata una ricerca applicata. Quando ho cominciato io l’impianto elettrico erano pochi fili, adesso è diventato qualcosa di evoluto: ci vogliono decine di specialisti per fare un impianto come quello pensato per Chorus Life. Questa è l’impiantistica futura, che io ho chiamato “modello di sistema globale elettromeccatronico”. Ha dentro tutto: dall’energia alla cogenerazione alla distribuzione alla sicurezza, tutto, fino alla gestione in digitale. Ma come potevo fare ricerca applicata su un sistema di questo tipo? Non bastano un ufficio, una casa, serve uno spazio polivalente. E allora mi è venuto in mente Chorus Life perché lì è tutto insieme: residenziale, terziario, industriale e sportivo».

 

 

Una città nella città.
«Il cui cuore è la piazza. Oggi bisogna ricreare un habitat ideale dove le tre generazioni possano vivere, socializzare e crescere insieme condividendo lo stesso spazio, un luogo rispettoso dell’ambiente, che non abbia barriere architettoniche, che favorisca aggregazione e sviluppi il talento e la competenza in modo da portare il livello di vita più in alto possibile».

Come funzionerà questo quartiere?
«Non si venderà niente, tutto è un servizio. La casa, ad esempio: oggi si cambia mediamente tre volte nella vita, con…»

 

Per l’articolo completo, rimandiamo a pagina 10 e 11 di Bergamopost cartaceo, in edicola fino a giovedì 9 novembre. Per la versione digitale, invece, qui.

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