Il carcerato più libero del mondo
si trova al carcere di Bergamo

Ho preso un caffè con un detenuto. Nulla di eclatante, ma certamente un’esperienza insolita. È un cosiddetto “articolo 21”. Secondo la legge, ha il permesso di lavorare fuori dalle mura del carcere di Bergamo, per poi rientrare ogni sera per passarvi la notte. Tra qualche ora, il mio interlocutore tornerà dietro le sbarre. Ma ora è qui davanti a me, a raccontarmi la sua storia. Per motivi di privacy, non è possibile riportare il suo nome. Posso indicare le iniziali, M. S., «come le sigarette», dice sorridendo. Siamo seduti a uno dei tavolini del nuovo panificio di Nembro, Dolci Sogni. È il primo punto vendita della Bergamasca interamente dedicato ai prodotti provenienti dal forno della Casa Circondariale di via Gleno. Con noi c’è anche Rosalucia Tramontano, la presidente della Cooperativa Calimero che da diversi anni segue il progetto e che ora si è lanciata in questa nuova avventura. Di cui M. S. è elemento fondamentale. È lui a trasportare i prodotti del forno: parte in furgone ogni mattina dal forno del carcere e raggiunge i diversi bar, ristoranti, negozi equosolidali e associazioni che li richiedono.

 

 

Come ha assunto questo compito? «Sono in carcere da sette anni – racconta M. S. – e ci lavoro da sei, prima come barbiere e poi come mof (manutenzione ordinaria dei fabbricati). Facevo l’idraulico, l’elettricista, tutto ciò che serviva. Molte competenze le avevo già acquisite prima di finire in carcere, perché ero responsabile per un’azienda del settore edilizio. Per qualche tempo ho lavorato anche all’entrata del carcere, impiego di grande responsabilità. In passato, infatti, è successo che alcuni detenuti si accordassero con familiari e parenti per introdurre nel carcere oggetti e sostanze proibite. Con il mio impegno mi sono guadagnato la fiducia che mi ha permesso di essere qui oggi. In questi anni, un educatore mi ha presentato Rosalucia, la presidente della Cooperativa Calimero. Grazie all’articolo 21, ora è da un mese circa che lavoro all’esterno delle mura del carcere». E come è stato l’impatto con la libertà, seppur parziale? «È andata bene, mi sono sentito da subito abbastanza tranquillo. L’unico problema che ho avuto è stato con le strade. Non tanto per il rumore delle auto né per la guida, perché appena sono salito su un veicolo mi sono ricordato esattamente come si guida. Il fatto è che non sapevo dove andare, avevo perso i punti di riferimento geografici. Mi ci è voluto un po’ per capire dove andavano le strade, ora ho ripreso confidenza. Per effettuare le consegne posso spostarmi sulle province di Bergamo, Milano e Brescia. Prima vado nelle scuole, poi alla Comunità di Urgnano. Poi c’è l’Albergo popolare vicino al Punto Blu di Bergamo e le suore di Casa Samaria. Vista la fiducia che la direttrice del carcere di Bergamo ripone in me, ho piena libertà di movimento su quest’area, senza dover imboccare strade predefinite. È un privilegio che spesso non viene concesso nemmeno a chi è in affidamento».

«Era più difficile lavorare dentro le mura del carcere – racconta –. Era complicato trovare un equilibrio tra i compagni di detenzione e gli agenti di polizia penitenziaria. Quando sei un articolo 21 è come se non fossi né da una parte né dall’altra. Se ti schieri con una delle due parti, il rischio è forte. All’esterno questi problemi non esistono. Inoltre, io e altri sette detenuti, tutti articolo 21, siamo stati spostati in una sezione al piano terra, sotto la zona penale della Casa Circondariale. Questo è positivo per noi: ognuno esce la mattina quando deve andare al lavoro, si costruisce la sua indipendenza perché mangia quando vuole e non più con gli altri, siamo alla ricerca dell’autonomia. Alcuni miei compagni lavorano in Comune, altri in ditte o in cooperative. Il primo esce alle 6.15 del mattino: il cancello apre a quell’ora e rimane aperto fino alle 20.30. Da febbraio-marzo probabilmente verremo spostati in un’altra sezione, quasi fuori dal carcere, per facilitare il più possibile i nostri movimenti così come i doveri e controlli degli agenti. A oggi, trovandoci sotto l’area penale, siamo costretti a spogliarci nudi ogni sera quando rientriamo dal lavoro per la perquisizione». «Si tratta del primo caso in tutta Italia di un detenuto che può entrare e uscire dal carcere – spiega Rosalucia Tramontano –. Il rischio che lui possa portare oggetti o sostanze vietate all’interno delle mura del carcere è altissimo. I suoi spostamenti sono possibili grazie alla fiducia che si è guadagnato».

 

 

«Sarebbe controproducente per me non rispettare le regole – assicura M. S. – perché perderei tutto quello che sono riuscito a ottenere finora, dopo sette anni di carcere. E ne ho altri davanti a me. Sono previsti altri due anni in articolo 21, trasportando pane e dolci, poi il passo successivo è la libertà vigilata e infine l’affidamento. Intanto mi piacerebbe che la direttrice del carcere mi concedesse di tornare a casa la domenica dalla mia famiglia. Sarebbe un regalo grandissimo». Le manca molto? «Moltissimo. Ho due figli, un maschio e una femmina. Il più grande ha 29 anni e mi ha già reso nonno di una splendida bambina. Mia figlia invece ha 14 anni. Quando sono entrato in carcere mio figlio era già abbastanza grande, ho potuto trascorrere con lui la sua infanzia, essere un padre presente. Ma non ho potuto esserlo per mia figlia e questo mi dispiace. Non posso essere con lei, darle consigli. I colloqui in carcere durano un’ora e spesso sono disastrosi perché c’è gente che grida e fa casino, senza pensare che altri stanno cercando di parlare in tranquillità. Spero di poter recuperare presto un po’ del tempo perduto». «Ci troviamo bene con M. S. – commentano le commesse del panificio Dolci Sogni –, è un bravo collega. È un dipendente, esattamente come noi. Quando ha finito le sue consegne si ferma sempre qui ad aiutare. Il locale ha preso piede fin da subito, siamo molto soddisfatte. I prodotti del carcere di Bergamo sono ormai conosciuti e richiesti, vengono apposta per comprare alcuni biscotti che facciamo solo noi. E poi anche il risvolto sociale attira molto. Siamo fiduciose per questo progetto, con l’aiuto di M. S. e di altri collaboratori tutto andrà per il meglio».

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