Come andò che i tre Re Magi
arrivarono a Milano, Porta Ticinese

Quando, trovandosi nei pressi della Darsena milanese, si sentono suonare le campane e ci si volge verso il campanile di S.Eustorgio, se non si è distratti ci si accorge che in cima alla cuspide non brilla una croce – come in s. Ambrogio, per esempio – ma una stella a otto punte. Stella, nella tradizione cristiana, vuol dire Re Magi. E in effetti la chiesa – la Basilica – di S.Eustorgio ospita i resti dei Magi che vennero da Oriente per rendere omaggio al neonato Re dei Giudei, come sanno tutti quelli che ogni anno fanno il presepe (o presepio) nelle loro case. I Magi, il giorno dell’Epifania (della Befana), vengono spostati davanti alla capanna perché devono dare a Gesù Bambino l’oro, l’incenso e la mirra che gli hanno portato.

 

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Si è detto che ospita i resti, ma sarebbe più corretto dire ospitava, perché adesso nella chiesa – nella Basilica – c’è solo il loro sarcofago (un enorme sarcofago) vuoto. I tre Re si trovano infatti a Colonia (Köln, in Germania) dove furono trasportati dall’Imperatore Federico I di Svevia, detto Barbarossa, dopo che ebbe raso al suolo Milano nel 1162. Diversamente da noi i Tedeschi li chiamano i Tre Re e uno di loro, Ludwig Ganghofer, ha scritto anche un libro intitolato I Quattro Santi Tre Re in modo da confondere ancora di più la questione dell’identità di questi personaggi che di confusione non sentivano proprio alcun bisogno. Di loro, infatti, si sa solo che si presentarono alla famiglia del neonato Gesù portando doni favolosi (oro, incenso, mirra secondo la tradizione) e che provenivano da Oriente. Papa Benedetto XVI (nel libro: L’infanzia di Gesù, bellissimo) scrive però che provenivano dalla Spagna meridionale, che sarebbe a occidente di Betlemme, secondo l’attuale geografia. Noi – per non far cadere il vangelo in contraddizione e, insieme, non far torto al papa emerito – ci siamo fatti l’idea che potevano benissimo provenire anche dalla Spagna: solo che – giunti in Egitto – invece di risalire verso Gerusalemme direttamente da Gaza, potrebbero aver preso l’antica strada di Mosé fino al monte Nebo (che si trova al di là del fiume Giordano e del Mar Morto) per scendere poi sulla città di Davide (che come tutti sanno è a un tiro di schioppo da quella del presepe) provenendo da oriente. Niente di più probabile. Se poi i Santi Tre Re fossero quattro (o anche più) non sapremmo dirlo con certezza. Il Vangelo di Matteo dice “alcuni magi”. Una decina? È infatti vero che offrirono al bambino tre distinte specie di doni, ma non è detto che ciascuno avesse solo un cofanetto o che non fossero in tanti ad avere avuto la stessa idea per il regalo. A nostro avviso avevano formato una carovana – perché andare in giro da soli con doni tanto preziosi non sarebbe stata una buona idea – e siccome parlavano una lingua strana e vestivano in modo piuttosto originale nessuno del posto fu in grado di distinguere cosa fosse l’uno e cosa l’altro.

 

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Umberto Eco – in Baudolino – sostiene che erano solo tre. Aggiunge che Baldassàrre (o Baldàssare, come pronunciano alcuni, cioè Bithisarea era re di Godolia e Saba, Melichior (Melchiorre) era re di Nubia e Arabia, mentre Gaspare (Gataspha) era sovrano di Tharsis e dell’isola Egriseuta, dove cresce la mirra. Tharsis è la città della Spagna di cui ha parlato anche papa Benedetto, mentre Egriseuta nessuno sa dove sia. A noi piacerebbe pensare che si tratti dell’isola di Socotra, a sud dello Yemen, ma è un’idea così, del tutto campata per aria e dovuta al desiderio di potervisi un giorno recare per vedere dal vivo i suoi alberi meravigliosi. D’altro canto la mirra nasce proprio sulla costa arabica prospiciente quell’isola. Sogni. Le diverse provenienze lascerebbero poi supporre che si siano conosciuti solo nell’ultimo tratto del cammino e che a seguito del grande evento avrebbero deciso di restare uniti per sempre, tanto che l’imperatrice Elena – madre dell’imperatore Costantino, la stessa che ritrovò la croce di Gesù – ne avrebbe identificato le tombe sulle pendici del monte Vaus, antico nome del Savalan (in Azerbajan, nei pressi della città di Ardabil). Che cosa fossero andati a fare da quelle parti resta a tutt’oggi questione insoluta. Invece di lasciarli riposare in pace la pia donna ne avrebbe portato i resti a Costantinopoli (la città che aveva preso il nome da suo figlio) da dove il vescovo milanese Eustorgio (poi Sant’Eustorgio) li trasportò nella sua città nel 343. Li avrebbe avuti in dono dall’imperatore medesimo, da cui si era recato per ottenere la conferma episcopale.

 

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Secondo che si narra, i Tre Re sarebbero arrivati in Porta Ticinese – dunque via Genova-Pavia – a bordo di un carro trainato da buoi, senza essere stati estratti dall’enorme (e un po’ cupo) sarcofago che ancora si trova in basilica. Da diverse paia di buoi, verrebbe da pensare. Le povere bestie, giunte nel luogo dove attualmente si apre il sagrato, pare si rifiutassero di proseguire verso la chiesa di santa Tecla (la Cattedrale di allora) cui erano destinati. E così Eustorgio decise di costruire lì stesso l’edificio che li avrebbe ospitati per sempre. Non sapeva, il santo vescovo, che qualche secolo dopo un imperatore di pelo rossiccio e di sguardo adamantino (secondo il Carducci) li avrebbe trafugati lasciando – prudentemente, per ragioni logistiche – in loco solo i pietroni. Ovviamente i milanesi, nei secoli seguenti, tentarono in tutti i modi di riavere il maltolto, ma non riuscirono mai nell’impresa. Solo nel 1904 il cardinal Ferrari, divenuto vescovo della città, riuscì a farsene restituire una minima parte. I frammenti furono allora collocati non più nel sarcofago grande ma in una cassetta (teca) sopra l’altare della cappella loro intitolata. Di tutta questa storia resta, nella chiesa milanese, un capitello raffigurante il carro coi buoi che trasportano il sarcofago. In Germania resta invece la cattedrale di Colonia, costruita appunto per ospitare il furto, e i cui lavori iniziarono ottanta anni dopo il medesimo per eseguire le disposizioni dell’arcivescovo locale Rainaldo di Dassel, che aveva orchestrato l’intera vicenda. L’enorme arca in cui furono poste le famose reliquie si può vedere ancor oggi dietro l’altar maggiore di quella cattedrale che più gotica non si può, perché è strettissima e altissima. Si direbbe emaciata.

 

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A Milano restano, oltre al capitello, il sepolcro con l’iscrizione ‘Sepulcrum Trium Magorum’, l’archetta, e un monumento – l’arca di san Pietro martire, in una cappella laterale – che reca incisa la firma dell’architetto:  “MAGISTER IOANNES BALDUCII DE PISIS SCULPSIT HANC ARCAM ANNO DOMINI MCCCXXXVIIII” (“Il maestro Giovanni di Balduccio da Pisa scolpì quest’arca nell’anno del Signore 1339”). Se la cosa non fosse incredibile scriveremmo di aver udito con le nostre orecchie un turista stordito suggerire alla sua signora che “magis ter” probabilmente voleva dire che lì c’erano sepolti i tre magi. E speriamo che non ne abbia concluso in cuor suo che uno di loro, il quarto, si chiamasse Balduccio. Al termine di questa immensa peregrinazione corporale e filologica a noi rimane, invece, solo da dire che ogni anno, il giorno dell’Epifania, una processione – ovviamente in costume – si reca da Sant’Eustorgio al duomo (che ora è intitolato a Maria Bambina – Mariae Nascenti) per completare il cammino (Corso di Porta Ticinese, Carrobbio, Via Torino) che i poveri buoi si rifiutarono di percorrere. È anche tradizione che ogni nuovo arcivescovo di Milano, prima di entrare in Duomo, passi da lì, da quel sepolcro così strettamente collegato al Bambinn Gesù.

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