Teenagers free time

Genitori, basta piagnucolare
Noi ancora speriamo nel futuro

Altro-giornale di carta è scritto da studenti universitari bergamaschi, appassionati di giornalismo, ed è realizzato a cura della cooperativa onlus Diagramma. Esce ogni mese ed è diffuso nelle scuole, nelle biblioteche e in alcune librerie. Ogni tanto i suoi autori ci prestano la penna. Questa volta per parlare della scommessa dell’avvenire.

 

La testardaggine dei nostri vent’anni

di Beatrice Marconi

Non è il nostro futuro a non esistere, è il vostro che è esistito troppo. Vi sento parlare di come le nostre vite siano destinate al nulla e di quanto voi siate responsabili di questa situazione e, con tutto il rispetto che la vostra età merita, non posso che compatirvi per il vostro ostinato egocentrismo. Quell’entità fumosa chiamata “crisi” è stata mia compagna di banco per tutto il liceo e l’ascesa dei miei coetanei al mondo degli adulti è avvenuta sotto il suo segno: noi siamo cresciuti con questa idea del mondo, voi no. Dunque forse è per voi stessi che siete preoccupati, perché sapete che voi, nella nostra situazione, non ce la fareste. Quel che non sapete è che noi siamo forti, perché, nonostante tutte le vostre profezie, continuiamo a decidere chi vogliamo essere e la nostra scelta non è mai stata così libera: in fin dei conti saremo condannati a prescindere, come voi c’insegnate. C’è chi addirittura si permette di scegliere un corso di laurea in una disciplina umanistica; chi di essere un artista, un musicista, uno scrittore; chi di andarsene e chi, altrettanto coraggiosamente, di restare. La nostra età, la testardaggine dei nostri vent’anni ci consentono tutto questo, anzi ce lo impongono: non potete averlo dimenticato, voi che siete stati i “rivoluzionari”. Se voi siete così presuntuosi da pensare di aver distrutto tutto, noi lo saremo altrettanto e ci impegneremo a inventare nuovi modi di costruire. Questa prospettiva non mi spaventa, trovo invece terrificante il fatto che non vi poniate il dubbio che forse la normalità appartenga al nostro tempo: che l’impegnarsi al massimo per crescere sia qualcosa di ancestrale e non di straordinario. Non so come sarà, non so se il nostro impegno sarà sufficiente, ciò che mi è perfettamente chiaro è invece che le vostre parole siano completamente superflue per la realizzazione di qualsiasi tipo di progetto: non siete molto bravi con i discorsi motivazionali.

 

Senza perdere la speranza

di Andrea Calini

Viviamo in tempi indubbiamente difficili, lo sentiamo dire ogni giorno. Il nostro vocabolario si è arricchito di termini quali recessione, spread, austerità, ripresa. Da ingenui e felici liceali che eravamo, la maggior parte di noi è diventata parte di quella categoria un po’ anfibia degli universitari-lavoratori. Lavori part-time od occasionali, magari non sempre regolari. Piccole occupazioni senza troppe pretese, per risparmiare qualche sommetta o per aiutare in casa. E di queste occupazioni ci dobbiamo accontentare, a quanto pare, perché per la nostra generazione il futuro è incerto, non scritto, o, se viene scritto, lo è con le parole apocalittiche della sfiducia e dell’angoscia. Risposte a domande mai (ancora) poste tuonano nelle nostre orecchie e ci minacciano un futuro tremendo, senza pensione, occupazione fissa, casa di proprietà. Invece di crescere coi sogni e le ambizioni dei vent’anni, dovremmo essere terrorizzati alla prospettiva di un avvenire che per noi non può fare nulla e per il quale non so cosa potremmo fare concretamente. Mi viene da pensare che le persone che delineano questo destino nefasto abbiano capito ben poco delle potenzialità esplosive della nostra generazione, i cosiddetti millennials. La difficoltà di inserimento nelle categorie lavorative tradizionali l’avevamo capita da tempo, cari cinquantenni. Ma non per questo ce ne fasciamo la testa. Siamo vivaci e creativi, felici quanto la nostra età lo esige. Ecco forse uno dei tratti distintivi dei ventenni di oggi, non abbiamo perso la speranza, a differenza vostra. E non intendo parlare di speranza come di una vana consolazione: è importante imparare a sperare. Non è un sentimento rinunciatario perché essa di per sé desidera il successo invece del fallimento, non è mai passivo, ma allarga gli uomini invece che restringerli. Non si sazia di sapere cosa li tenda sempre ad uno scopo. E il lavoro della speranza esige quello che noi già stiamo facendo: che ci si getti nel nuovo che si va formando, e a cui noi stessi apparteniamo. E che, nel bene o nel male, cambieremo.

 

Che la vita esiste

di Ludovica Sanseverino

Per noi giovani sta diventando più o meno come una scalata. Ci svegliamo ogni mattina salutando l’alba e ci addormentiamo baciando il tramonto. Questa è diventata la nostra vita oggi. Viviamo alla giornata. È sempre più difficile fare prognostici, è sempre più difficile cercare di crearci un futuro. Rispetto ai nostri genitori, noi ragazzi non abbiamo così tante possibilità. Non sappiamo chi sposeremo, non sappiamo neanche se riusciremo a laurearci. Siamo gli eterni indecisi. Forse però, noi, nuovi ragazzi di oggi, abbiamo tante cose che quelli che ci hanno preceduto non hanno avuto. Siamo più intraprendenti, viviamo momento per momento senza farci delle grandi aspettative. Sorridiamo alla cattiva sorte e mettiamo da parte, senza combatterlo, tutto quello che in realtà cerca di sotterrarci. Siamo molto inconsapevoli, molto spensierati. Ma allo stesso tempo forti. Siamo diventati più determinati, quasi più indipendenti. Se prima i ragazzi non riuscivano con tanta facilità a lasciare il proprio nido sicuro insieme a mamma e papà, adesso ci sono ragazzini che vanno via di casa già all’età di 17 anni, per girare il mondo. Abbiamo un po’ l’amore per la vita, siamo aggrappati a ciò che è e non ciò che potrebbe essere. Non riusciamo a fare dei piani, non riusciamo neanche a innamorarci molto facilmente. I tempi sono cambiati. Le persone sono cambiate e con loro anche la percezione della vita stessa. Siamo diventati dei viaggiatori che hanno perso un po’ la strada. Siamo un po’ una generazione che vive nella beata letizia giornaliera. È molto facile per noi rimanere a guardare la pioggia scorrere fuori dalla finestra, eppur ridere, anche di fronte alla tempesta. Come disse Walter Whitman, famoso giornalista e poeta statunitense, nella sua poesia Ohimè! O vita! : «Per la folla infinita di fedeli, per le città piene di sciocchi,(…) per la lotta sempre rinnovata, per gli scarsi risultati di tutti, per le sordine folle che vedo attorno a me avanzare con fatica (…) la domanda, Ohimè! Così triste, così ricorrente-cosa c’è di buono in tutto questo? Ohimè! o vita! Che tu sei qui, che la vita esiste, e l’identità che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuire con un verso».

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