Il drago vendicativo di Oltre il Colle
(Leggende e spirito di un popolo)

È un volume poderoso e ben congegnato, quello che ha curato Cristian Bonaldi, ed è tutto dedicato alle leggende delle valli bergamasche, in special modo a quelle dell’Alta Valle Serina. L’autore è un appassionato di tipicità orobiche: al suo attivo, ad esempio, ha un libro di più di duecento ricette del territorio, Profumi e sapori di un tempo. La sua ultima fatica, C’era una volta… antiche leggende bergamasche e immagini storiche dell’Alta Valle Serina, edita da Corponove (acquistabile qui), raccoglie la tradizione orale orobica. I racconti sono inseriti in dodici macro capitoli, ciascuno dei quali è dedicato a un tema specifico – tra gli altri: paesaggio, mestieri, vita religiosa e militare, scuola, ricorrenze festive e sportive. Ogni sezione, inoltre, è corredata da fotografie risalenti alla fine dell’Ottocento e ai primi decenni del Novecento. Le ottocento immagini in bianco e nero illustrano la vita quotidiana nell’Alta Valle Serina e accompagnano i testi delle leggende, che a loro volta racchiudono lo spirito di un popolo.

 

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Ecco una delle storie contenute nel volume, Il drago vendicativo di Oltre il Colle – contenuta nel capitolo Vita religiosa.

Si racconta che molti anni fa, in quel di Oltre il Colle, viveva un drago enorme, che possedeva sette teste simili ai tentacoli di una piovra, ricoperte di squame e di bargigli in perenne movimento. Non era solo nella foresta che allora si stendeva folta sulle pendici del Monte Alben, c’erano altri animali di varie specie, ma era lui il padrone assoluto, il dominatore, il proprietario della fonte dell’immortalità che sgorgava da un anfratto roccioso e alla quale non lasciava avvicinare nessuno. Passeggiava a fatica, per via della sua mole che gli impediva di districarsi nel folto degli alberi, si nutriva di animali selvatici, ma anche di pecore e capre e ogni tanto anche di… carne umana, che inghiottiva con avidità, facendo seguire al pasto un’abbondante bevuta, proprio alla fonte dell’immortalità.

Sicuramente ciò gli procurava buona salute, perché non invecchiava mai e, mentre gli altri animali portavano i segni degli anni e scomparivano con il tempo, lui appariva sempre in perfetta forma, forte, sicuro e pieno di vitalità, pronto ad imporre la sua legge di spietato dominatore. I pastori ne erano terrorizzati, ne seguivano da lontano le orme enormi in cui ogni tanto si imbattevano e a bassa voce pronunciavano la parola drago, nel timore di evocarne la temuta presenza.

C’era stato un tempo in cui qualcuno, esasperato per i continui soprusi di quell’essere spaventoso, aveva anche provato a dargli la caccia: i pastori più coraggiosi del paese, accompagnati dai più abili cacciatori, erano stati capaci di raggiungerlo nel folto della boscaglia e avevano dato vita ad una feroce battaglia, riuscendo anche a metterlo in difficoltà. Al colmo della zuffa il pastore più coraggioso, armato di accetta, gli aveva addirittura amputato di netto una delle sette teste, mentre i suoi compagni infliggevano per tutto il corpo del mostro profondi colpi di lancia e i cacciatori, sparando all’impazzata, lo riempivano di piombo, ma la testa era prodigiosamente ricresciuta in un batter d’occhio e le ferite provocate dagli spari e dalle lance si rimarginavano con la stessa velocità.

Spaventati da questo straordinario fenomeno, gli assalitori se l’erano data a gambe, inseguiti dal drago che, non essendo riuscito a metter i suoi artigli su di loro, se l’era presa con greggi e mandrie, devastando gli ovili e le stalle e facendo scempio di un gran numero di animali. I lamenti delle bestie furono così forti e copiosi da essere uditi, si disse, in tutta la Valle Brembana e addirittura in qualche paese alle porte di Bergamo, diffondendo dovunque uno sgomento indescrivibile. L’ira provocata da questa strage tra la popolazione di Oltre il Colle non si spense subito, anzi, suscitò negli animi di tutti il desiderio di andare di escogitare qualche stratagemma per eliminare il drago una volta per tutte.

Fu così che un bel giorno si vide uscire dal paese un vero e proprio esercito, armato fino ai denti, risoluto ad eliminare quella calamità. Gli attaccanti, raggiunto il bosco, lo circondarono e si diedero ad incendiarlo, approfittando della sterpaglia che, a fine inverno, era secca e disseminata un po’ dovunque. Spaventato dalle alte fiamme che stavano per raggiungerlo e dal clamore infernale degli assalitori, il drago fu invaso dal panico. Si diede a lanciare fiammate dalla sue sette teste, emettendo nello stesso tempo dei sibili e dei rantoli paurosi, mentre dalle narici usciva un fumo denso e nero e le squame che gli ricoprivano il corpo si rizzavano, come colpite da una scarica elettrica.

Si agitò a lungo in quella posizione, tracciando furiosi segni nell’aria con i suoi artigli acuminati, poi di fronte all’incalzare dei suoi nemici, si rifugiò presso la fonte dell’immortalità e vi si immerse. L’acqua a contatto con quel corpo divenne torbida e scura come l’inchiostro, cominciò a rimescolarsi freneticamente, come se bollisse e nello stesso tempo il drago svanì nel nulla, come dissolto in quel liquido misterioso.

Quando i primi attaccanti arrivarono alla fonte non trovarono altro che uno specchio d’acqua, scura, nauseabonda e imbevibile. Del drago non c’era più traccia, ma la gente è sempre stata convinta che sia ancora lì, sommerso da quell’acqua che, proprio per la sua presenza continua a rimanere torbida in qualsiasi stagione, come se fosse perennemente agitata da un’entità misteriosa. Il drago, appunto, che se un giorno si svegliasse e decidesse improvvisamente di uscire dalla fonte farebbe ripiombare la popolazione nel terrore. A questa eventualità è legata un detto tuttora in voga a Oltre il Colle: quando il drago si sveglierà, la frazione di Ca’ Bonaldi, che è situata da quelle parti, sprofonderà!

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