Interviste a novantenni felici

I novantenni a Bergamo città sono duemila. Per la precisione erano 1.982 per l’ultimo annuario statistico del Comune, del gennaio scorso, ma oggi la barriera dei duemila è superata di diverse unità. Un numero di persone molto anziane, non immaginabile anche solo trent’anni fa. Si pensi che nel 1991 le persone oltre i novant’anni erano 539. La voce “oltre i cento anni”, nell’annuario del Comune, non era nemmeno considerata. Oggi, invece, a Bergamo vivono 61 persone con più di cento anni. Si tratta di 53 femmine e di otto maschi. Una maggioranza schiacciante per il gentil sesso. Ma non è solo questa la notizia. Quello che colpisce, al di là dei numeri, è che nell’esercito dei novantenni ci siano tante persone felici, persone che, sole o ancora in coppia, vivono una vita piena, con tante soddisfazioni. Insomma: nei nostri tempi, spesso così criticati, anche persone molto anziane hanno la possibilità di godere di una buona vita, una vita densa di attività e di significato. Molti di loro godono di una situazione economica decente, di un’assistenza, per quanto limitata (perché non ne hanno bisogno), efficiente. Di occasioni di incontro e di socializzazione.

Le storie che raccontiamo mettono in evidenza come alla base di una vecchiaia felice ci sia una predisposizione positiva verso la vita, che porta con sé buone relazioni personali. E ci sia l’intelligenza, cioè la volontà di conoscere, di vedere, di sapere. La storia di…

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo alle pagine 8 e 9 del BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 6 dicembre. In versione digitale, qui.

 

Nino Gandini

Nino Gandini è a un passo dal traguardo dei novant’anni. Lungo le scale della sua abitazione di via San Giacomo, insieme alla moglie Kerstin Andersson (lei è svedese), ha deciso di installare un montascale. Ma non lo usano. Quattro rampe di scale ripide un paio di volte al giorno sono un toccasana per il cuore. Papà bergamasco e mamma veneziana, Nino è nato a Incisa Valdarno perché suo padre lavorava lì nel settore dei cementi. Gandini a sua volta ha lavorato per tanti anni nell’Italcementi, fino a diventare il responsabile del settore ricerca.

Sua moglie è svedese, come è successo?
«È una storia complicata, però siamo riusciti a sposarci, nel 1962, grazie a un permesso del Vaticano».

Perché un permesso?
«Perché lei era di religione luterana. Allora il Vaticano ci diede un documento – andammo a Roma a prenderlo – in cui si autorizzava il matrimonio nonostante lei fosse “pervicace nella sua abominevole eresia luterana”, a patto che educassimo i figli nella religione cattolica».

Come è diventare vecchi?
«Guardi, anche nella vecchiaia ci sono diverse fasi. Credo che il momento più brutto sia quando lasci il lavoro e devi disegnarti una nuova dimensione. Infatti, se lei guarda le statistiche, vedrà che fra i sessanta e i settanta anni nei maschi si registra un gran numero di morti. Fra le donne no, molto poco. Secondo me, tanti maschi con il venire meno dell’identità lavorativa si smarriscono, perdono il senso della vita. Per le donne è diverso, le donne non vanno mai in pensione, la loro attività principale, almeno fino alla mia generazione (ma anche in fasce più giovani) è comunque la casa. Sono le donne che tiravano avanti la casa, la famiglia. Di solito. E lì non si va in pensione».

E lei è andato in pensione?
«A 65 anni, ma poi ho lavorato all’Italcementi fino a 82 anni, come consulente. Però sì, quando lasciai del tutto il lavoro ebbi un momento di crisi. Ma sono riuscito ad andare oltre. Devo ringraziare tanto mia moglie, le persone care; ma anche i miei interessi, i miei hobby. Mi piace produrre monili d’argento e cristalli di Selvino. Sono cristalli di…

 

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Maria Luisa Nicheli

Maria Luisa Nicheli è facile incontrarla, basta andare a un’iniziativa culturale: teatro, conferenze, mostre, cinema… Maria Luisa si trova sulla soglia dei novant’anni; vive sola, bada a se stessa, tiene la casa. Per gran parte della sua vita, ha insegnato inglese nelle scuole superiori della città.

Lei è a un passo dai novant’anni, ma non li dimostra per nulla.
«Sì, la ringrazio. In Inghilterra dicono “fishing for compliments”, cioè creare una situazione per farsi fare un complimento».

Come fa a mantenersi così bene?
«Con la cultura. Frequento la terza università, vado al cinema, seguo incontri, conferenze e via dicendo. Pressoché ogni giorno».

Non si sente sola?
«Guardi, a tutti capita di sentirsi soli. Ma non è un problema che avverto in modo particolare. Non mi sono sposata perché non ho trovato la persona giusta. Mia madre mi diceva sempre che ero laureata, indipendente, di bell’aspetto, che non era necessario che mi sposassi perché il matrimonio costa molti sacrifici, deve valerne la pena. Ho avuto diversi amori, ma mai l’uomo giusto, da sposare».

Qual è stato il suo ultimo viaggio?
«L’estate scorsa sono andata in Normandia, niente di eccezionale. Ho visitato tutto il mondo, Asia, Africa, America, dalla Patagonia a Capo Nord… Mi piace vedere, conoscere. Certo, adesso i viaggi troppo avventurosi è meglio evitarli. Gli ultimi due itinerari li ho fatti in Normandia e a Palma di Maiorca. Di solito viaggio da sola con un pacchetto già organizzato da un’agenzia».

A che ora comincia la sua giornata?
«Alle 8.15 mi alzo, faccio una buona colazione, perché il motore va riempito al mattino, bene».

All’inglese.
«Sì, all’inglese». (ride)

Poi?
«Poi faccio le spese, compro e leggo i giornali. Al pomeriggio e alla sera ci sono le attività culturali. Sto seguendo un corso di…

 

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Franco Riccardi

Signor Franco, come ha fatto ad arrivare a novant’anni passati così in forma?
«Lavorando fino a ottantacinque».

Franco Riccardi abita con la moglie Mariella in un appartamento al quarto piano di un palazzo signorile appena al di là della galleria. Sposato da sessantadue anni è padre di due figli e nonno di tre nipoti. «Il segreto – dice – è andare in pensione il più tardi possibile. Io per trent’anni sono stato dipendente all’Orobia, la vecchia società elettrica. Poi per trentatré ho lavorato alla fornace Ghisalberti ad Almè».

Poi?
«Poi sono andato in pensione e i primi due anni sono stati duri. Cambiano i ritmi: prima ci si alzava presto, si usciva, si tornava la sera, e andava tutto bene; a un certo punto sei in casa di più e cominciano gli screzi. Mia moglie aveva le sue abitudini. Diceva: “Io esco, e tu cosa fai?”».

E lei cosa faceva?
«Andavo a piedi in Città Alta, sempre. Diventando vecchio mi sono innamorato di Città Alta, vederla mi commuove: quanto è bella! Ci siamo stati anche ieri: c’era in giro pochissima gente e sul viale delle Mura dicevo a mia moglie: “Noi bergamaschi siamo proprio scarsi, non sappiamo valorizzare questa meraviglia”».

Ma lei se n’è accorto solo a novant’anni?
«Da giovane non la vedevo così, c’erano altri interessi, oggi l’atmosfera che si respira e le case antiche mi sembrano un sogno».

È proprio tutto bellissimo?
«Guardi, io farei la guerra a quelli del No Parking perché di parcheggi in Città Alta ce ne vorrebbero tre, non uno solo, per liberarla dalle macchine. È un obbrobrio lasciarle lì. Da ragazzo ho vissuto nel borgo antico e adesso per me andare lassù è come tornare all’infanzia, alla giovinezza. Mi viene il magone se penso che prima o poi non la vedrò più. Oggi si parla tanto di tempo indeterminato, ma alla mia età la precarietà è all’ordine del giorno».

Diceva che i primi due anni di pensione sono stati difficili, e quelli successivi?
«Pian piano si trova l’equilibrio e adesso non litighiamo più (ride)».

E un uomo attivo come lei che cosa fa tutto il giorno?
«Al mattino usciamo insieme, andiamo a fare quattro passi – gambe permettendo -, facciamo le spese, comperiamo i giornali e torniamo. Nella bella stagione esco anche al pomeriggio, adesso leggo, leggo molto…

 

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Giovanni Mazzocchi

«Benvenuto nella mia onesta casa. Venga, guardi quante stanze. Aspetti che apro e andiamo sul balcone. La vede quella montagna in lontananza, quella alta? Sa qual è? Il Monte Rosa. Io da casa mia vedo il Monte Rosa». Giovanni Mazzocchi è un cortese signore di 91 anni. Abita da solo in una villetta deliziosa sul colle di Mozzo. Qui c’è tutto il suo mondo. Alle pareti quadri e decine di foto della sua famiglia, a pian terreno un garage con tanto di piccola officina. All’esterno il suo regno: l’orto. Il signor Giovanni coltiva insalate, finocchi, zucchine, pomodori. E li regala. Arriva con la sua Passat, apre il portabagagli e consegna senza neppure farsi notare. Oggi ha appena finito di pulire la macchina: «Tra due giorni la portiamo da Bonaldi, ci offrono ancora qualcosa. È una Euro 3 un po’ vecchiotta. Mio figlio ne compra un’altra nuova per sé e mi dà la Toyota Rav 4 di sua moglie, bellissima. Anche quella è una Euro 3, ma io ho più di settant’anni e potrò circolare». Giovanni Mazzocchi è un grande esperto di auto, nella vita ha fatto il meccanico, anzi, il capo meccanico. Nato a Villa d’Almè, a 29 anni si è sposato con Silvia Salvi di Capizzone, una vita insieme prima che un male incurabile gliela portasse via il 19 dicembre ’93, venticinque anni fa. Lui era in pensione da un anno e avevano da poco acquistato questa villetta.

Come sta, signor Giovanni?
«Benone! Con questo sole è una meraviglia».

È una bella casa davvero.
«Questa è la sala, ma io non vengo quasi mai qui. In cucina ho un’altra tivù più piccola… Questa è la mia camera: ho comprato un materasso nuovo e ci dormo benissimo».

Da 25 anni lei vive da solo, non le pesa?
«Ormai sono abituato. Ma per un periodo, dopo la morte di mia moglie, ho avuto una compagna in Francia, una maestra d’asilo che abita vicino a Marsiglia. L’andavo a trovare qualche volta».

È contento così?
«Sono felice perché nella vita ho fatto quello che desideravo e perché sono riuscito a dare una posizione ai miei tre figli. Sa che hanno tutti una casa? Anzi: ne hanno due. E ho quattro bellissimi nipoti».

Partiamo dall’inizio.
«I miei erano contadini. Eravamo sei fratelli più uno adottato. Oggi siamo rimasti in due, entrambi figli della prima mamma perché mio padre, rimasto vedovo a 48 anni, si era sposato una seconda volta e, dopo i primi tre, ha avuto altri quattro figli con la seconda moglie. Io sono stato cresciuto amorevolmente dalla seconda mamma».

I suoi genitori l’hanno mandata a scuola.
«All’Esperia: tre anni di disegno tecnico e uno di tecnologia meccanica. Mi sono diplomato, poi sono andato a lavorare dall’ingegner Guzzoni all’OM. Ci sono rimasto cinque o sei anni, ho fatto il militare e a 24 anni sono partito per la Svizzera. Ho trovato un lavoro e mi hanno dato un periodo di prova, ma il secondo giorno ero praticamente assunto. Ho fatto la patente svizzera e quattro anni di scuola serale, sabato e domenica compresi per poter essere responsabile di un reparto. Lassù, infatti, non potevi guidare degli apprendisti senza essere diplomato nelle loro scuole. Alla fine sono diventato capo officina e sono rimasto 40 anni».

E sua moglie dove l’ha incontrata?
«La conoscevo già, ma anche lei era emigrata in Svizzera: faceva la sarta, era bravissima. Ha lavorato nell’alta moda».

Perché emigravate tutti in Svizzera?
«Perché si guadagnava più del doppio rispetto a Bergamo».

Lei oggi prende la pensione svizzera o quella italiana?
«Quella Svizzera e una piccola parte italiana. Prendo bene, non posso proprio lamentarmi: tutti i mesi…

 

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