L’8 marzo e cinque donne

L’8 marzo, in tutto il mondo, si festeggia la Festa della Donna. Mimose, cioccolatini, mazzi di fiori. Tutto molto bello e molto giusto, anche se, di anno in anno, si è persa la memoria storica delle reali origini della manifestazione. Queste, se volete, ve le raccontiamo QUI. Di seguito, invece, vogliamo raccontarvi qualcosa di diverso. Ovvero come l’essere donna abbia tante sfaccettature. Per se stesse, ma anche (e forse soprattutto) per chi ci circonda. Abbiamo quindi pensato di “dare voce” (in prima o in terza persona) a donne diverse, bergamasche, e ai loro pensieri, ai loro gesti, alle loro anime. Questa è un po’ la nostra mimosa a tutte voi. Buona lettura e, soprattutto, auguri a tutte le donne.

 

«Chiamatemi signora»
di Marzia Rota

Si fa presto a dire donna. Una nasce femmina, le danno giusto il libretto di istruzioni delle sue ovaie (più o meno dettagliato, questo dipende dalla fortuna), e poi fine. Nessuna indicazione ulteriore su come si faccia a diventare una donna. Così una cerca di arrangiarsi come può, da autodidatta. Copia dalle donne più grandi che ha sottomano, le madri o qualcosa di simile. E anche qui, care mie, tutta questione di fortuna. Che poi se una non sta attenta va a finire che invece di diventare una donna diventa una moglie, una madre, una fidanzata. Tutte condizioni bellissime, ma vi voglio svelare il quinto mistero di Marzia. Non è tutto questo che fa di voi una donna. Perché, purtroppo per noi, molto spesso il nostro essere donna viene definito in funzione del nostro accostamento a qualcun altro, quasi sempre un uomo. Ho presente giusto un paio (di decine) di scene in cui nella mia adolescenza vedevo i miei compagni di classe essere apostrofati con piacere dagli adulti con la frase: «Ormai ti sei fatto uomo», riferendosi semplicemente al loro aspetto fisico o alla loro voce, o al fatto che compissero azioni eroiche come sollevare un peso con una mano. Nessuno mi ha mai detto una frase che ammiccasse con soddisfazione al semplice fatto di essere diventata grande e quindi «donna».

No, per noi c’è sempre bisogno di qualcun altro per essere compiute. Per diventare «signora», dobbiamo sposarci. Altrimenti siamo signorine, una cosa piccola e in divenire. Che poi, se una resta signorina fino alla menopausa pare proprio un fatto spiacevole. Quando mi chiamano signora io non mi sento vecchia, mi sento nel pieno delle mie facoltà mentali e fisiche, mi sento fiera della persona che sono anche senza nessuno che mi tiene a braccetto. Agli uomini basta compiere diciotto anni per essere apostrofati con l’appellativo di «signore», per noi la maggior età non è sufficiente, pare. No, a noi la dignità viene corrisposta per interposta persona, mi verrebbe quasi da dire somministrata per vie traverse; scusate il cinismo sul matrimonio. O anche, per diventare vere donne, dobbiamo avere…

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 5 del BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 14 marzo. In versione digitale, qui.

 

Sto attento, mamma
de Il Principe (Marcello Limonta)

Dicevi: «Hai detto prima Atalanta e poi mamma…». Lo ripetevi spesso. Ormai era diventato un refrain. Lo dicevi con il sorriso, mamma, ma lo dicevi seria, tanto che avevo finito per crederci. Non la capivi questa mia passionaccia. «Te sei tutto matto». E in fondo avevi ragione. «Chi te lo fa fare di correre per l’Italia dietro a undici milionari in mutande??». Poi avevi capito cosa vuol dire l’Atalanta per Bergamo. E quanto fosse importante per me. Non facevano presa neanche le minacce: «Se non studi non vai domenica», poi però sottovoce dicevi a papà: «Tanto ’l va l istess» e al sabato sera mi chiedevi: «Con chi gioca l’Atalanta domenica?». E io: Bologna, Udinese, poi quando arrivavano gli squadroni, Milan, Inter, Juve facevi una smorfia: «Ahia…. staolta i pert….». «Mammmaaaaaa…».

«Dove vai ancora?», chiedevi quando mi vedevi annodare la sciarpa a uno zaino perennemente vuoto. E io: Acireale, Fermo, Torre Annunziata, Palermo. Una volta mi hai sentito dire Portogruaro. «Porto che, Marcello???». Eh già… La notte di Atalanta-Malines sei venuta fuori dalla Nord a riprenderti un figlio diciannovenne in lacrime che non si dava pace. Mesi dopo venisti a sapere che avevo già prenotato il volo per Strasburgo spendendo quasi tutti i miei risparmi. «Te sei tutto matto». In fondo avevi ragione. Adesso mi sentiresti…

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Mia nonna sono due. Pietre angolari della mia vita
di Elisa Leoni

Mia nonna sono due. La prima si chiama come me. Negli ultimi giorni, quando non mi riconosceva più, sei anni fa, me lo diceva dandomi del lei: «Dai, si chiama come me» e poi rideva. Mia nonna non ha mai riso, ha parlato poco, stirato sul tavolo e preparato minestrine con la pastina, tenuto la tv accesa per i miei cartoni animati quando andavamo a trovarla al martedì pomeriggio. Metteva il fazzoletto sui capelli per sistemare il pollaio, il vestito con la spilla a forma di E per andare ai matrimoni, il vestito bello – mia ol scossàl – per andare a messa. A mia nonna quando è morta ho scritto una lettera che non era per lei – a lei le parole non facevano effetto –, era per noi che restavamo. Per rispondere al: «Cosa ci lascia, lei che è sempre stata così in disparte?». A fare l’analisi di quella lettera, le parole chiave che si trovano sono: pudore, sacrario, lealtà, restare, radici, figli (cinque), pietra angolare, vestiti puliti, rifugio della fede, preghiere, fermezza spoglia, umiltà. […]

L’altra mia nonna è viva, invece. La chiamiamo per soprannome, Emma, sta per Guglielmina. È viva di pompelmo zuccherato sempre in tavola e caffè con l’uovo sbattuto dentro; biscotti al burro nella scatola con sotto lo scottex, mio nonno che mangia e dorme sempre alla stessa ora, lei che scuote la testa quando non è d’accordo con lui. Mia nonna ride spesso, tiene il conto dei morosi abbinati ai nipoti. Quando vieni lasciata da uno dopo sette anni, a trent’anni, commenta placida: «L’era ü rembambit». Per i precedenti sette anni ogni volta che l’ha incontrato gli ha chiesto: «Quando te la spuset?». Perché quello che conta è scegliere e rimanere. Il resto, tema utile per le preghiere. Mia nonna prega per tutti, ma comincia dalla sua famiglia. Quando non ti vede andare a messa, ti intercetta al cancello con…

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Una moglie è per sempre
di Giambattista Gherardi

Altro che mimose e diamanti, una moglie è per sempre. Lo slogan è efficace e dà alle parole il peso che meritano. Negli ultimi decenni ci siamo tutti giustamente esercitati nel dare alla parola “donna” un senso di pienezza ed emancipazione, uno spessore ahimè negato nei secoli dalla cultura e dalla storia. C’è oggi, finalmente, un nuovo sentire, una consapevolezza condivisa senza se e senza ma. Una “novità” di pensiero in tutto simile a quella che Giotto illustrò, all’inizio del Trecento, con intensità e colore nella Cappella degli Scrovegni. La citazione è d’obbligo, perché proprio domenica con Sara, mia moglie, e i nostri Arcangeli (Michele, Gabriele e Raffaele) abbiamo visitato Padova.

Urge una rivoluzione giottesca anche per la parola “Moglie”, che ancora releghiamo ad accezioni negative, al più ironiche, utili per qualche luogo comune e infinite barzellette. Noi uomini (e il sottoscritto non sfugge alla regola) facciamo i duri e gli splendidi, ma senza una moglie finiamo per perdere un prezioso centro di gravità permanente. Bastano due linee di febbre e ci serve l’esercito. Di quel 5 luglio 1997 (la sera in cui io e Sara, come direbbero i figli, «ci siamo messi insieme») ricordo attimi, luoghi e circostanze: avevo toccato l’altra metà del cielo. Come avrei poi ripetuto in mille occasioni, lei non era forse la più brava o la più bella del mondo (ma esiste?), ma era e resterà per sempre Sara, mia moglie. In questa parola c’è la…

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