La Bergamo del futuro imiterà Parigi
sharing economy e tanto verde

Il Washington Post è una storica testata americana. Nel 2013 il fondatore di Amazon, Jeff Bezos, l’ha acquistata per 250 milioni di dollari. Da allora ha compiuto grandi investimenti, trasformando il WPost in un laboratorio dove immaginare e realizzare un futuro sostenibile per i giornali. La nuova filosofia di crescita del Washington Post si ispira ad Amazon: dare alla gente quello che vuole il più velocemente possibile. Sotto Bezos, il giornale è cresciuto di 140 dipendenti e ha vinto due premi Pulitzer. In redazione, ingegneri e data scientist siedono accanto ai professionisti della carta stampata per integrare nel giornalismo le tecnologie emergenti. Il mondo informatico serve per osservare i vecchi problemi con occhi nuovi. È ciò che capita quando il proprietario del giornale è anche colui che ha costruito una delle aziende più importanti di internet.

 

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Le città del futuro. Proprio in questo quadro generale, il sito del Washington Post accoglie il blog In Theory che ogni settimana parla di grandi idee e le esplora da una serie di diverse prospettive. Tra le questioni affrontate, ad esempio, l’altruismo e come salvare il mondo senza rinunciare al bacon. Di recente, il blog ha ospitato anche un intervento dell’architetto italiano Carlo Ratti, che ha parlato delle città del futuro. Ratti, professore al Massachusetts Institute of Technology di Boston, dirige anche il Senseable City Lab, ovvero un centro che svolge ricerche sulle città del futuro e su come le nuove tecnologie stiano modificando il modo in cui noi interagiamo con i luoghi che abitiamo.

Il futuro è il car sharing. La città del futuro di Ratti sarà molto “smart”, come si dice in questi casi. Ma dobbiamo dare una brutta notizia ai fan di Ritorno al Futuro e Blade Runner: non solo non ci saranno le macchine volanti, ma di auto di proprietà ne avremo sempre meno. Grazie al car sharing e al sempre più frequente uso dell’informatica, infatti, la mobilità sarà davvero intelligente, con una miglior gestione delle risorse. Oggi il (cercare) parcheggio è una componente centrale dell’esperienza di guida. Passiamo tantissimo tempo a caccia di un posto libero. E, una volta trovato, le nostre macchine passano lì gran parte della propria esistenza. Secondo uno studio, le auto rimangono parcheggiate il 95 percento della loro vita. Fanno in media viaggi di 20 minuti e restano ferme, immobili per il resto della giornata. Una evidente inefficienza del sistema. Il car sharing rimescola le carte in tavola: con questo servizio le automobili possono essere prese e lasciate ovunque e monitorate con un’app che permette la circolazione delle informazioni in tempo reale. L’auto non sta ferma per molto e la necessità di aree di parcheggio diminuisce: quando un utente ha raggiunto la sua destinazione, il veicolo può essere utilizzato da un altro viaggiatore. Un assaggio del futuro lo offre, già oggi, Parigi. La capitale francese ha una delle più sofisticate reti di car sharing al mondo ed è stata una delle prime città ad adottare il servizio. Si conta che più di 20mila auto private siano rimaste in garage dal debutto del progetto. A livello globale si prevede che, nel 2020, il business della mobilità condivisa coinvolgerà ben 12 milioni di persone per un giro di affari di oltre 6 miliardi di euro. In Italia il car sharing è utilizzato con successo in grandi centri come Milano, Torino e Roma e presto dovrebbe arrivare anche nella nostra città.

 

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Il car sharing a Bergamo. Come sanno i bergamaschi, il sindaco Giorgio Gori ha inserito il progetto dell’installazione di un servizio di car sharing nella nostra città tra le linee programmatiche della sua quinquennale amministrazione. Il primo bando per l’assegnazione del servizio è stato lanciato a metà maggio, ma a Palazzo Frizzoni non sono pervenute offerte. Bergamo, infatti, ha una soglia dimensionale decisamente inferiore alle città in cui oggi è attivo un servizio di car sharing modello free floating (quello di Milano, per intenderci). Un dato di fatto che ha trattenuto molti privati a mettersi in gioco. In altre parole, Bergamo è una città troppo piccola, ad oggi, per convincere un privato ad investire su un servizio di questo tipo. Un’opzione potrebbe coinvolgere nel progetto anche diversi Comuni dell’hinterland, rendendo così il servizio più intrigante e ampio, ma soprattutto utile non soltanto per coloro che si muovono solo nei confini cittadini. L’assessore alla Mobilità Giacomo Angeloni ha dichiarato che il bando sarà dunque rimodulato e saranno riviste le condizioni di partecipazione anche attraverso la consultazione di esperti del settore, affinché si possa concretizzare quella che rimane una interessante scommessa. In autunno, quindi, è possibile che venga lanciato un secondo bando sul tema.

Del resto la sharing economy piace a Bergamo. Lo dimostra il progetto #SharingBergamo, città condivisa, presentato dal Consigliere comunale Niccolò Carretta. L’iniziativa propone spunti e suggestioni per gli anni futuri: si va dall’avvio di una piattaforma di crowdfunding civico alla creazione di un “last minute market” per i prodotti prossimi a scadenza che, se segnalati, possono finire sulla tavola e non nella spazzatura. Ma anche spazi di co-working, book crossing e sensori intelligenti applicati ai pali della luce.

Non solo car sharing. Ma non c’è solo l’idea dell’economia condivisa nella città del futuro. La prossima tornata di innovazione nel mondo delle auto, infatti, sarà la guida autonoma. In un futuro non troppo lontano, al controllo del volante della nostra auto ci sarà un computer che deciderà quale strada fare e quando frenare. Un robot come autista grazie a telecamere laser, radar e informazioni web. Ma a che punto siamo con le auto senza conducente? La tecnologia è quasi matura per il mercato. Tutti i big dell’automotive stanno studiando la propria macchina che si guida da sola, con Apple e Google che non stanno certo a guardare. Queste auto non sono ancora in grado di fare tutto in autonomia, ma è questione di tempo. Già oggi i costruttori di automobili stanno inserendo nelle loro linee più costose qualche funzionalità autonoma, come il parcheggio assistito o il pilota automatico in autostrada. Secondo la previsione di Juniper Research, tra 10 anni vedremo sulle strade 20 milioni di automobili a guida autonoma, anche se si tratterà soltanto dell’1 percento dei veicoli presenti sulla Terra. Il beneficio non sarà solo avere le mani libere di mandare messaggini mentre siamo alla guida. Secondo Ratti, il vero vantaggio è che i veicoli auto-guidati potrebbero attenuare la distinzione tra trasporto pubblico e privato. Immaginatevi: alle 8.30 la vostra auto vi porta in ufficio e alle 8.45 potrebbe tornare indietro e dare un passaggio a qualcun altro della vostra famiglia o del quartiere, per poi tornare a casa da sola. Sfruttando le auto in questa maniera, vaste aree di città oggi adibite a posteggi potrebbero tornare ai cittadini sotto forma di aree verdi.

 

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Come sarà la Bergamo del futuro? E la nostra città? Una domanda normale per chi vive quotidianamente un centro di vita, lavoro e incontri. Da tempo c’è chi pensa al futuro di Bergamo. E da queste menti, ad esempio, è nato Bergamo 2.035, programma di ricerca sviluppato dal Comune di Bergamo con la collaborazione dell’Università di Bergamo, la Harvard University e la Fondazione Italcementi. Nel progetto sono previste ben sette aree di studio, tra cui la mobilità sostenibile, creatività e salute. L’obiettivo è pensare oggi allo sviluppo urbano di domani, per rendere più facile la vita quotidiana dei nostri pronipoti. Insomma, la Bergamo del futuro è ancora lontana, ma c’è già chi la sta disegnando.

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