La bici elettrica è una goduria
(resta solo un po’ di mal di sedere)

In città se ne vedono sempre di più, e non è difficile capire perché: stiamo parlando delle biciclette a pedalata assistita. Un compromesso davvero soddisfacente tra la pigrizia, il sacrosanto desiderio di non arrivare sudati fradici al lavoro e la possibilità di fare attività fisica e soprattutto di rispettare l’ambiente cittadino, sempre più grigio e soffocato dallo smog, ma sempre più incline a un’inversione di rotta. Per non parlare poi dei vantaggi che una bicicletta del genere può portare a ciclisti sportivi, amatori e non. Abbiamo deciso di provarne una e di darvi una testimonianza. Della serie, se ce la possono fare quelli che, come noi, svolgono attività fisica solo in occasione delle due partite di calcetto annuali, allora si tratta davvero di una rivoluzione. E in effetti, quando andiamo da Cicli Pesenti, all’incrocio tra via Angelo Mai e via Fantoni, per noleggiare una bicicletta ciclo-assistita, mai ci aspetteremmo di riportargliela, cinque ore dopo, con sessanta chilometri e nessun dolore nelle gambe. Noi che se giochiamo dieci minuti a calcetto fatichiamo ad alzarci dal letto per una settimana.

 

 

Il nostro bolide è una mountain-bike KTM con pedalata assistita regolabile da “Off” (assistenza disattivata) a “Turbo” (assistenza massima, ci manca poco che la bici vada da sola), passando per gli intermedi “Eco”, “Tour” (assistenza standard) e “Sport”. Azzeriamo il contachilometri e iniziamo a pedalare in direzione San Vigilio. Dopo otto minuti siamo già alla Marianna: sulle Mura, percorse con la modalità Sport, avevamo una velocità media di ventitré km/h. Un colpo di pedale ogni venti/trenta metri. Ma il meglio arriva sulla salita che porta dalla Marianna a San Vigilio (dalla parte dell’Orto Botanico, per intenderci): negli ultimi curvoni prima del castello sorpassiamo in scioltezza esausti ciclisti che con cosce larghe il doppio delle nostre a stento si arrampicano verso il castello. In quel tratto noi invece andiamo a quindici all’ora in modalità Turbo. Fatica? Zero.

La seconda tappa ci porta invece da Valverde sempre fino al castello di San Vigilio, passando per Colle Aperto. Partiamo dal Roccolino e in sei minuti arriviamo in Fara. Anche qui ci piace pensare che i prestanti e allenatissimi ciclisti che abbiamo sorpassato nel salitone verso porta Garibaldi, ci abbiano osservato increduli, ammirando le nostre doti di arrampicatori. Nel dubbio cerchiamo di coprire la batteria montata sulla canna della bici, in modo che a nessuno venga il sospetto che la tecnologia stia facendo la maggior parte del lavoro. A dire il vero a Porta Garibaldi inizia a farsi sentire il primo e unico inconveniente: è pur sempre una bici, e noi siamo tutt’altro che abituati a stare su un sellino. Per alleviare un po’ il dolore mettiamo dei panni nei nostri pantaloncini, creando una specie di imbottitura sul sedere. Molto meglio. In ogni caso, in ventidue minuti siamo, per la seconda volta nel giro di un’ora, al castello di San Vigilio. Questa volta siamo passati dalla Ripa, la salita dopo porta Sant’Alessandro. Chiunque ne abbia avuto esperienza ben saprà quanto sia difficile salirci persino in motorino. Eppure ce l’abbiamo fatta. A dieci all’ora, spingendo un pochino (ma neanche troppo), siamo arrivati a San Vigilio. Ci piace vincere facile.

 

 

Per la terza tappa ci spostiamo a Longuelo, al confine con Curno, nella zona della vecchia chiesa, e attraversiamo la città fino ad arrivare al confine tra Redona e Torre Boldone. In sedici minuti siamo in via Verdi, in ventisette a Torre Boldone. Le magliette sono leggermente sudate solo nella zona in cui teniamo appoggiato lo zaino. In ventisette minuti abbiamo tenuto una velocità media di ventun km orari in modalità “Tour”. Avremmo potuto metterci anche qualche minuto in meno, ma i semafori non erano dalla nostra parte. Valtesse–Grumello del Piano è la quarta tappa. Ventisei minuti totali con pausa caffè in Porta Nuova. Non siamo tanto abituati a fare la parte dei ciclisti nel traffico, e qualcuno ci suona spazientito. Noi però non abbiamo tempo da perdere. L’ultima tappa ci vede partire da Longuelo per arrivare a San Vigilio, passando per Borgo Canale: ventidue minuti, velocità media in salita diciassette chilometri orari in modalità “Turbo”, velocità media in falsopiano ventidue chilometri orari in modalità “Tour”. Nei (pochi) momenti in cui abbiamo provato a pedalare per davvero, come avremmo fatto con una bicicletta normale, abbiamo raggiunto tranquillamente velocità superiori ai trentacinque chilometri orari. Il record sul contachilometri era di cinquantatré chilometri orari.

 

 

Insomma, non è difficile capire perché quello delle biciclette ciclo-assistite sia un mercato in costante crescita, seppur in stato embrionale. Da Cicli Pesenti ci dicono che se ne vendono, a grandi linee, quattro o cinque al mese: le sportive quasi tutte a utenti maschi, le “utilitarie” metà a utenti maschi e metà a utenti donne. Ci dicono che, sorvolando sulle “bici giocattolo” dei supermercati, con batterie scarsamente autonome, si possono trovare biciclette ciclo-assistite di «discreta fattura» a partire da mille/millecinquecento euro, e se ne possono trovare di ottime da duemila/duemilatrecento. Ma la qualità delle batterie, se si escludono discorsi legati alla potenza (che interessano più che altro gli sportivi), è determinata dalla loro autonomia. Le peggiori resistono per dieci/quindici chilometri, le migliori anche fino a centocinquanta. Non è difficile immaginare dunque quanto sia precario l’equilibrio di mercato attuale: basterebbe installare qualche colonnina di ricarica in città per assistere a un boom di biciclette elettriche, dai prezzi decisamente competitivi. Per provarle si possono affittare per un giorno (trenta euro) o per una settimana (centocinquanta euro). Quel che è certo è che queste biciclette hanno grandi prospettive. Se riusciranno a diventare i leoni della mobilità cittadina è presto per dirlo. Ma al momento verrebbe da dire: se non loro, chi?

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