La mia Granfondo Felice Gimondi
è finita in un piccolo bar a Rigosa

Foto in copertina di FotoStudio5

 

La mia Gimondi è finita a Rigosa, in un bar dove una signora pietosa aveva acceso la stufa e distribuiva tè caldi. Dentro c’era una ventina di altri ciclisti, alcuni con sintomi di ipotermia molto evidenti, con tremito del corpo inarrestabile. È stata una Gimondi certamente indimenticabile, per certi aspetti incredibile.

Sveglia alle cinque e mezza, come sempre per la Gran Fondo. Avevo visto le previsioni, sapevo del freddo e del nevischio su a Selvino. Quindi divisa invernale, guanti pesanti, da ciclismo di gennaio. Alle sei ho controllato dalla finestra, ho visto che non pioveva, ho sentito il freddo. Una parte di me voleva tornarsene a letto. Poi ho pensato a Felice Gimondi, l’ho rivisto sulle Tre Cime di Lavaredo nella neve, ho pensato a quanto gli debbo: Gimondi nella mia infanzia è stato un faro, un esempio di tenacia, di volontà. E allora sono sceso in garage e ho inforcato la bici, sarei stato lì alla linea di partenza a testimoniargli, ancora una volta, il mio grazie. Pronti via, vedo che siamo meno della metà dei quattromila e cento iscritti. Io sono contento di esserci. Salgo il Colle dei Pasta normalmente, poi in discesa asfalto bagnato e raffiche di vento consigliano tanta prudenza. In Val Cavallina ancora raffiche molto forti. Sono nel gruppo, mangio una barretta e su per il Colle Gallo. Piove, nell’ultimo tratto ecco il nevischio. E la discesa è già una sofferenza, comincio a pensare che forse a Nembro sia più saggio tirare dritto a casa. Ma poi mi rinfranco, e al bivio prendo la strada della gloria, cioè vado su per Selvino. Dopo la metà della salita comincia il calvario, nonostante la fatica, il freddo mi ha preso le mani e i piedi, i guanti sono zuppi, non tengono più, le calze invernali e le scarpe sono impregnate di acqua gelida. E ricomincia a nevicare.

Arrivo in cima, mi avvicino a un’ambulanza, scopro che il volontario è un amico, lui mi sconsiglia di continuare, io, invece, indosso una mantellina (mi aiuta lui) e mi butto nella discesa, ma il freddo è glaciale, non riesco più a tenere i freni. Spero solo di arrivare a Rigosa, ricordo che dopo la curva c’è un bar. E infatti. Fuori ci sono degli avventori e tante biciclette, l’uomo è gentile, dice di entrare, di scaldarmi. Dentro tanti ciclisti, alcuni seduti davanti alla stufa. Una volontaria ha distribuito qualche “copertina” di carta stagnola dorata, che è molto utile. La barista è una donna solerte, che prepara tè su tè per tutti. E poi c’è Cinzia, una ragazza del paese che pure cerca di aiutare, prepara altri tè, chiama i soccorsi. Il bar è allagato dalle divise zuppe dei ciclisti, i guanti vengono messi ad asciugare sulla stufa, la volontaria dice di fare attenzione a non scottarsi i piedi, insensibili. C’è un ragazzo messicano che è venuto fin qui apposta per la Gimondi, un signore che viene dal Nord della Francia. Un ciclista milanese è alla sua prima Gimondi, doveva fare il percorso lungo. Un altro signore con la maglietta della Bianchi viene da Verona, di Gimondi ne ha fatte altre. Alla fine qualcuno riparte, altri decidono di salire sui furgoni che l’organizzazione ha fatto in modo di inviare in diversi punti del percorso. La signora del bar avrà preparato quaranta tè e non vuole un euro, gli avventori con il bianchino sorridono, cercano di consolare, tutti parlano di questo clima impazzito. La neve a 700 metri il 5 di maggio chi l’aveva mai vista?

C’è un senso di fraternità, di desiderio di aiutarsi reciprocamente. È la mia diciannovesima Gimondi, la prima in cui decido di non arrivare al traguardo, di non rischiare una bronchite o peggio. Salgo sul pulmino accompagnato dalla mia Bianchi. È stata anche questa una lezione, di prudenza, di ammirazione per gli organizzatori che hanno fatto di tutto per aiutare coloro che avevano deciso di partecipare. E di umanità. Ti scopri fragile e debole e trovi attorno tanta solidarietà. Ancora una volta, grazie Felice Gimondi.

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