La seconda vita degli spermatozoi
perfetti contro il tumore uterino

A tutti, di norma, è concessa una seconda opportunità. Alle persone, quando sbagliano per riscattarsi, agli oggetti come le plastiche spesso riciclate per ridurre al minimo sprechi e i fattori inquinanti. E oggi anche a elementi biologici, come gli spermatozoi maschili cui è affidato, oltre alla funzione riproduttiva, anche un altro preziosissimo ruolo potenziale. Quello di trasportare farmaci che potrebbero curare, nella donna, il tumore della cervice uterina, del collo dell’utero insomma.

Le potenzialità degli spermatozoi. Gli spermatozoi non falliscono mai, e non si intende la loro capacità di generare una nuova vita, perché questo può capitare a causa di diversi fattori quali l’età, alcune particolari condizioni biologiche o anche patologie e stili di vita che possono avere compromesso la fertilità. Bensì la loro capacità di raggiungere la cellula: in questo sono dei campioni, migliori di tante altre cellule, senza perdere mai di vista il bersaglio e riuscendo anche a superare diverse barriere naturali. Così in funzione di questo loro talento innato, a un gruppo di ricercatori del Leibniz Institute for Solid State and Materials Research di Dresda, in Germania, è venuta un’idea potenzialmente molto efficace, quasi terapeuticamente geniale: fare trasportare agli spermatozoi farmaci. Mirati in particolare alla cura di tumori dell’apparato riproduttivo femminile.

 

 

Il farmaco antitumorale. La doxorubicina. Sarebbe questo il farmaco prescelto da veicolare al trasporto e all’azione dei gameti maschili, particolarmente utile nel trattamento del tumore della cervice uterina, noto anche come collo dell’utero. Così i ricercatori hanno sottoposto quella che era solo una ipotesi iniziale a un test di laboratorio, caricando il farmaco antineoplastico sul suo traghettatore, lo spermatozoo appunto, e osservando che cosa accadeva quando questo incontrava una cellula neoplastica femminile. Il risultato sperimentale è andato oltre le aspettative: in soli tre giorni, l’accoppiata gamete-doxorubicina, è riuscita ad abbattere l’87 per cento di cellule tumorali.

Una metodica meccanica molto innovativa. Certo, anche il genio umano ci ha messo del suo. Infatti, i ricercatori, per raggiungere meglio lo scopo, hanno creato una sorta di minuscola armatura magnetica a quattro braccia che hanno montato sullo spermatozoo. Una strategia che, grazie all’effetto calamita, ha consentito ai ricercatori di manovrare meglio gli spermatozoi dall’esterno, indirizzandoli verso il bersaglio. Con un preciso intento: fare aprire le braccia alla pinza, nell’esatto momento in cui il gamete raggiungeva la cellula, così da farlo nuotare all’interno del tumore solido, e rilasciare il farmaco anti-neoplastico nel punto e nei tempi giusti. Cosicché il gamete potesse cominciare la sua efficace azione terapeutica, cui sarebbe destinato nella sua seconda vita.

 

 

Applicazioni future. Siamo ancora molto agli albori, però ci sono le premesse per poter pensare a studi di approfondimento e nuove applicazioni. Stante il fatto che si tratterebbe di una terapia priva di effetti collaterali, essendo l’attacco terapeutico mirato solo alle cellule tumorali, e mettendo al riparo altri possibili tessuti o da danni ed azioni avversi. Ecco perché l’efficacia dello spermatozoo trasportatore oncologico, dicono gli esperti, potrebbe essere valutata anche nel trattamento di altre malattie dell’apparato riproduttivo femminile, non necessariamente oncologiche, come ad esempio l’endometriosi o le gravidanze ectopiche, cioè extrauterine.

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