L’amore gratuito in ospedale
di un’immigrata sconosciuta

Un pianto inconsolabile, lacrime di vero dolore. La signora africana non riesce a trattenersi, nel commiato dalla sua compagna di stanza, una bergamasca di 85 anni che sta per essere dimessa da un reparto dell’ospedale Papa Giovanni di Bergamo. Lì in quella stanza hanno convissuto solo pochi giorni. Ma sono bastati all’immigrata per maturare un affetto protettivo nei confronti di quell’anziana consumata da demenza senile e una serie di altre patologie legate all’età che le corrodono il corpo. In quei pochi giorni non c’è stata nemmeno la possibilità di conoscersi granché: il tempo vola tra  consulti dei medici, esami e parenti in visita. E poi l’anziana fatica a parlare, consumata com’è. Ma la signora africana si è affezionata alla sua fragilità, ai suoi sorrisi un po’ malinconici ma ancora belli. Ha cercato di coccolarla e consolarla con parole che lei sì può pronunciare.

La sera di un giorno nel quale nessuno dei figli era venuto a trovare la madre convalescente in ospedale, l’immigrata si è fatta dare il suo numero di casa: ha risposto il marito dell’anziana, e lei ha chiesto un chiarimento per quell’assenza. «I miei figli sono impegnati, lavorano tutto il giorno e poi ci sono le famiglie, i bambini…» le ha detto il signore. Ma non l’ha convinta: nella cultura africana certi valori sono ribaltati rispetto a quelli occidentali: al centro delle attenzioni ci sono i vecchi e non i più piccoli. Il vecchio è come un re da quelle parti.

L’immigrata sembra così rivolgere uno sguardo di rimprovero al figlio dell’anziana che è arrivato nella stanza per riportarla a casa dopo la dimissione. Ma il figlio resta impietrito per altro: vede quegli occhi riempirsi di lacrime ed arrossarsi, il petto che sale e scende nel tentativo di controllare un singhiozzo commosso, il dolore vero per il commiato, che impedisce di dire qualcosa. E capisce che in quella stanza sua madre ha ricevuto una medicina speciale, l’amore gratuito di un’immigrata sconosciuta.