Le prediche che avrei voluto sentire
(E com’è che non si ringrazia?)

Il vangelo di oggi contiene per intero un episodio molto semplice: Gesù entra in un villaggio. Gli vengono incontro dei lebbrosi che gli chiedono di far qualcosa per loro. Lui non li sana lì per lì. Preferisce ordinare loro di recarsi dai sacerdoti. La terapia farà effetto lungo il percorso. Ma dei dieci che si vedono sparire di dosso le piaghe (e tolta la connessa vergogna) uno solo torna a ringraziare. Gesù chiede dove siano gli altri nove. Non lo fa perché sia un cultore delle buone maniere. C’è di mezzo dell’altro.

 

 

Era un samaritano. L’unico dei dieci lebbrosi guariti che tornò indietro lodando Iddio per ringraziare chi lo aveva beneficato era uno spregevole straniero. Il solo che si fosse accorto di quel che gli era accaduto, un miserabile discendente di quel popolo di rinnegati. Gli altri nove, probabilmente, avevano preso l’avvenuta guarigione come un fatto ovvio, magari un atto dovuto. Non avevano fatto nulla di male per meritarsi la lebbra. Erano – forse – persone per bene, dunque…

Gesù di Nazareth, si sapeva in giro, ne aveva già fatte di cose simili. Ne faceva sempre, in una città o in un’altra. Era una specie di mestiere, per lui. Dunque lo strano sarebbe stato il contrario: che gli avessero chiesto di guarirli e lui si fosse rifiutato. La gente pensa così, di solito: di aver diritto. Di aver diritto in generale. A qualunque cosa sia stata data ad altri. Diritto e invidia sono gemelli monovulari.

Il samaritano no. Non pensava così. Che ne sapeva lui – che viveva altrove, tra i reietti di Israele – di quel rabbi e del suo potere? Ma in ogni caso: guarire di colpo dalla lebbra, quando mai? E questo è il miracolo: la coscienza viva. Accorgersi che è accaduto l’impossibile: questo, ci viene detto da Gesù in persona, rende lode a Dio. In questo – è la stessa cosa – consiste la fede. Che salva nel senso che aiuta a non dare Gesù Cristo per scontato: la vera lebbra.

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