Nel carcere modello di Bollate
ora c’è un ristorante aperto a tutti

Da qualche giorno il carcere di Bollate ospita un’iniziativa che è più unica che rara. Gestito dalla cooperativa sociale Abc – La sapienza in tavola, l’1 luglio è stato inaugurato il primo ristorante italiano aperto al pubblico all’interno di una casa di reclusione. La sala può ospitare una cinquantina di coperti e il tutto è curato da uno staff di quattro persone detenute più quattro tirocinanti della scuola alberghiera Paolo Frisi, che è attiva da diversi anni all’interno del carcere. Il costo di una cena si aggira intorno ai 30-40 euro, mentre i pranzi sono decisamente più economici.

 

 

Silvia Polleri, presidente della cooperativa, ha spiegato al quotidiano online Vita.it che «verrà servita cucina italiana, con la speranza che, oltre alla curiosità iniziale, i clienti ritornino spinti dal buon trattamento. Si tratta di un’occasione speciale per confrontarsi con il vero mercato del lavoro, per questo deve essere chiaro fin dall’inizio che non si tratta di una precisa volontà imprenditoriale». Un’occasione, dunque, grazie alla quale alcuni detenuti potranno iniziare a rientrare nuovamente in contatto con il mondo lavorativo. Dove avranno occasione di imparare un mestiere e, più semplicemente, di lasciare la propria cella per qualche ora. In aggiunta a questo, continua a spiegare Silvia Polleri, «c’è l’ulteriore volontà di far incontrare il carcere e la città, per conoscersi più da vicino e superare i pregiudizi di sorta».

Il carcere di Padova insegna. Esperienze che avrebbe i suoi esiti positivi anche in termini di riabilitazione carceraria perché, numeri alla mano, i carcerati che svolgono un’attività professionale durante i mesi di detenzione  hanno minore possibilità di ricommettere gli stessi errori che li hanno portati dietro le sbarre. «Immaginiamo un ospedale da cui il 70-90 percento dei malati esca morto. Oggi le carceri italiane producono una quota di recidiva che arriva a punte del 90 percento, mentre tra i detenuti che affrontano un percorso lavorativo nei penitenziari la recidiva si attesta all’1 o 2 percento», spiega Nicola Boscoletto, presidente della Cooperativa Giotto, opera sociale che fa lavorare 130 detenuti del Due Palazzi, carcere di massima sicurezza di Padova. Le occupazioni proposte ai carcerati vanno dal giardinaggio alla manutenzione, dai call center per ospedali e grandi aziende fino alla costruzione di biciclette per firme blasonate. Ma la punta di diamante di questa struttura è la pasticceria. I dolci di Giotto sforna panettoni artigianali, colombe, biscotti, grissini, cesti regalo. Distribuisce in 165 negozi in Italia, vendendo pure online e all’estero.

[Il Clink, ristorante gourmet dentro la prigione di Cardiff]

E anche a Cardiff. Un’esperienza che lega carcere e ristorazione si trova attiva già qualche anno in Galles. Nella prigione di Cardiff, la capitale, si può mangiare in un ristorante dove il personale è interamente composto da detenuti. Il progetto è stato chiamato The Clink Cymru e vi partecipano principalmente carcerati condannati per reati minori, che si occupano sia della preparazione del cibo che del servizio alla clientela. Anche qui il menu è molto curato nei suoi dettagli e i prezzi sono economici e accessibili a tutti. Inoltre le materie prime vengono consegnate da un’azienda agricola in cui lavorano altri ospiti della struttura penitenziaria. Recentemente questo ristorante si è classificato al primo posto tra i migliori locali in cui andare a mangiare a Cardiff nella lunga classifica che si può trovare su TripAdvisor. Il Clink ha ottenuto più voti degli altri 945 concorrenti, e ci si può recare per colazione, pranzo e tè pomeridiano, ma non per cena perché i detenuti in quella fascia oraria devono rimanere in cella.

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