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Occhiazzurri, una fiaba di speranza
per augurarvi uno splendido 2017

Dal Paese di Meraviglia, in cui Occhiazzurri si era rifugiata con Codaditopo e Gattoguercio, aveva scritto alle sue sorelle Fate che stava bene. Gli ultimi giorni erano stati fin troppo impegnativi e per dire la verità non ne ricordava di simili da una vita. La Regina delle Fate le aveva detto: «Vai nella grande città e sarà tutto bellissimo. Vedrai, ti divertirai un mondo. Luci colorate, musiche, balli e canti. Torte gigantesche e cibi squisiti, perché gli umani si trattano molto bene!». Occhiazzurri ascoltò le parole della Regina con rispetto e quel tono della voce autorevole, sicuro e allo stesso tempo dolce, la convinse a partire immediatamente. Lucidò le ali, indossò un abitino attillato fatto di stelline dorate, sciolse i capelli biondi come il grano e, messe poche cose in un semplice fagottino fatto di nastri rosa, si affrettò a chiedere un passaggio a sua Maestà il Vento, affinché in un baleno la portasse nella grande città.

Gli occhi di Occhiazzurri per la meraviglia si dilatarono a dismisura quando arrivò a destinazione. Il suo stupore non aveva fine. Sua Maestà il Vento l’aveva fatta scendere in uno scalo aereo internazionale, altrimenti avrebbe avuto delle noie con le autorità del posto, molto severe in fatto di voli. Con i suoi millecinquecento anni sul groppone tutti vissuti nel Paese di Meraviglia, dove svolazzare in ogni direzione era il gioco preferito, non capì affatto cosa dicesse quello sciroccato di vento. Alzò le spalle e per ringraziarlo gli schioccò lo stesso un bacio che lui ricambiò in un soffio.

Ma che rumore impressionante in quel posto ! Altro che musica. E quante persone! Non avevano ali eppure erano tutte in movimento continuo, non si fermavano mai: ricordava di aver visto qualcosa di simile dall’alto una volta, mentre da piccola stava volando con sua madre sulla foresta degli Gnomi. «Sono insetti e non hanno un attimo di tregua», così le aveva detto. Ma questi erano umani…

Devo ancora rendermi conto di tante cose, si disse. Uscì saltellando dall’aeroporto e trasalì perché sentì un suono stridulo che le perforò le orecchie. Era quella la musica? Poi altri marchingegni come quello che l’aveva stordita, tutti con le ruote e in grado di muoversi velocemente cominciarono a suonare, ma male, malissimo! Aveva udito la musica degli uccellini del bosco e quella dell’arpa delle Silfidi ed era incantevole, accarezzava le orecchie. No, non le piaceva affatto quello strepito, che se lo tenessero, gli umani, quel genere di musica! Cominciamo male, pensò. Ma diede la colpa alla sua inesperienza del mondo degli uomini e decise di non farsi un’idea sbagliata per colpa della prima impressione di cui non bisogna mai fidarsi, come le ripeteva spesso Cieloblu, la preferita delle sue zie.

Si guardò intorno sgomenta. In che modo avrebbe potuto descrivere quelle costruzioni in cui abitava tanta gente? Adesso si trovava nel cuore della Grande Città, ed era vero: le luci non mancavano. Era arrivata la sera e tutto splendeva, in modo strano, ma splendeva. Si mescolò alla folla che non smetteva mai di agitarsi e sentì che quelle costruzioni le chiamavano case. Devo ricordarmene, disse a se stessa, anche se forse non mi crederanno mai: sembrano alveari. Dirò così per farmi capire, ma so già che non mi crederanno e mi prenderanno in giro.Ma forse sono tanto felici così. Chi sono io per giudicare?

Si estasiò di fronte a un albero pieno di palline e luci colorate: sopra stava ritagliata una stella di cartone. Buffo, pensò, quando basta chiederne una vera in prestito dal cielo. Poi si accorse che tante persone stavano attorno a un tavolo allegramente portando qualcosa alla bocca. Di certo stavano mangiando. Si rese invisibile con un trucco che le aveva insegnato Teo il Gufo e spiluzzicò qua e là. Tutto era squisito, ottimo: niente da dire. Eppure percepiva qualcosa di storto in quella bontà, di non autentico: come le luci a mezzanotte. Era tutto bello, ma innaturale. Questa era la sua sensazione. Devi abituarti, pensò. In realtà fai la brontolona perché stai invecchiando, nonostante quell’ aspetto da eterna bambina.

Voglio invece andare avanti alla scoperta di questo luogo tutto da esplorare! Ce la devo fare e ce la farò. Mentre stava riflettendo così, Occhiazzurri sentì che i suoi meravigliosi occhi azzurri stavano lacrimando. L’ultima volta era stato quando si era sciolta in un lungo pianto durato oltre un secondo per la perdita della madre morta dopo diecimila anni. Ma adesso perché? Subito cominciò anche a tossire senza sapere per quale ragione. Si accorse che altre persone avevano gli stessi problemi. «Colpa delle macchine che scaricano gas velenosi», sentì dire da qualcuno. Quei carri velocissimi si chiamavano automobili e facevano star male.

Volle capire meglio. Così assunse l’aspetto che desiderava: questo altro trucco lo aveva imparato da Lisa la Volpe. Si trasformò in umana, una bella ragazza ben vestita e in grado di parlare perfettamente la lingua del posto. La cosa fece effetto. Due bei giovanotti la invitarono dopo due minuti a bere qualcosa. Ci divertiremo, le promisero. Di sicuro la Regina delle Fate aveva ragione. Tempo al tempo, si disse. «Tutto si compra con i soldi. Se sei ricco e possiedi molto denaro sarai potente e puoi conquistare il mondo». Le sembravano molto buffi quei discorsi. Al Paese di Meraviglia tutti erano ricchi senza dover pagare nessuno. Le chiesero quanto denaro volesse. Per cosa? La loro risposta la stupì e la fece arrossire per l’imbarazzo. Questa non la racconterò, e neppure farò un disegno. Non la capirebbe nessuno laggiù dove abito. Possibile che qui si compri e venda qualsiasi cosa con questi pezzi di carta? Ma, ditemi, state bene così? Sì, certamente. Basta averne tanti di quei pezzi di carta. Beh, allora mi auguro che tutti ne possano disporre in abbondanza. Eh no, piccola! Sarebbe un guaio. Confusa, li salutò e uscì.

Man mano che camminava le luci diventavano sempre più rare. Un vecchio signore con un cagnolino in braccio le chiese qualche moneta. Non ne ho, mi dispiace, non le uso mai. La guardò come se fosse matta. Lo stesso fece una madre che teneva per mano un bimbo piccolo. «È Capodanno – le disse – sia buona». «Ma io sono buona, sono una fata», le scappò detto. Ci credo, le rispose. Allora prese il suo diadema di stelle e glielo diede in dono.

«Felice Anno Nuovo», le augurò la Regina delle Fate, come apparsa dal nulla. «Mi hai obbedito come Regina e hai aperto il tuo cuore con generosità: mi sono trasformata in quella madre per metterti alla prova. E tu hai vinto. Il mondo è un luogo bellissimo, ma gli uomini lo rovinano con la loro avidità. So che mai come adesso ha bisogno di  speranza, così faremo di tutto per dargliene proprio ora che un Nuovo Anno sta arrivando. Il destino dell’intero universo appartiene al Fato, di cui noi siamo figlie e custodi. A te Occhiazzurri la cura di quella trottola cosmica chiamata Terra, a te l’incombenza di far tornare tutti gli esseri umani alla semplicità della fanciullezza».

Quando riaprì gli occhi Occhiazzurri era tornata a casa, nel Paese di Meraviglia: per prima cosa scrisse alle sorelle per rassicurarle, fece le coccole a Codaditopo e Gattoguercio e pensò agli abitanti della terra. Intinse allora il dito nella rugiada, la colorò con l’azzurro delle sue iridi e decise che era quello il momento giusto per regalare agli umani la chiave di accesso al mondo fatato. Cominciò…

Occhiazzurri dove andate?
Vo’ al Paese delle Fate.
Che portate Fata buona?
Una stella e una corona.
Occhiazzurri, vengo anch’io.
Non si può tesoro mio.
Sol sognando voi entrate
nel Paese delle Fate.

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