Era partita 55 milioni di anni fa
l’immagine incredibile del buco nero

Non ha trattenuto l’emozione, Carlo Rovelli, il più popolare fisico e divulgatore della fisica in Italia. Davanti all’immagine del primo “buco nero” elaborata dalle rilevazioni dei radiotelescopi ha scritto questo: «L’universo si svela lentamente a noi, e non fa che rivelarsi sempre più luogo di rutilanti meraviglie, che la nostra intelligenza insegue a fatica e la nostra immaginazione vacilla a cercare di figurare». Sono parole che fanno capire l’importanza di quello che mercoledì 10 aprile 2019 l’uomo ha visto per la prima volta nella storia e che si pensava fosse qualcosa di invisibile: il buco nero al centro della galassia M87, una galassia gigante a circa 55 milioni di anni luce dalla Terra. Ha una massa pari a 6,5 miliardi di volte quella del Sole. Circondato da una corona di plasma infuocato che rotea attorno al buco nero a una velocità vicina a quella della luce. Le forze gravitazionali in quel punto sono così forti da attirare la luce stessa, che, se catturata dal buco nero, non può più sfuggire, viene “ingoiata” dal buco nero e quindi scompare. Il margine dove la luce scompare è chiamato «orizzonte degli eventi». Tutto ciò che oltrepassa l’orizzonte degli eventi resta intrappolato nella profondità dell’incredibile corpo celeste. Prima però di quel confine c’è una quantità di materia ridotta allo stato di plasma – cioè di gas ionizzato ad alta temperatura – in rotazione: è il contrasto tra la luce che forma un anello e l’oscurità al centro che ci consente di “vedere” il buco nero.

 

 

Noi vediamo oggi il “buco nero” che però si trova a 55 milioni di anni luce di distanza: quindi la radiazione elettromagnetica del plasma rilevata dai radiotelescopi è partita da là molto prima che sulla terra comparisse l’uomo. Cosa significa quello che è stato visto ieri per la prima volta? Innanzitutto che i buchi neri esistono. Finora tutte le conferme sperimentali erano indirette, ma mancava una vera osservazione di tale oggetto. In secondo luogo, ora c’è la prova che Einstein aveva ragione, e che la Relatività generale funziona, in quanto le previsioni teoriche effettuate utilizzando quella teoria sono state poi puntualmente verificate. «La straordinaria teoria di Einstein, con le sue previsioni rocambolesche, non fa che ricevere conferme su conferme», ha commentato Rovelli. E non finisce qui: gli scienziati hanno messo nel mirino Sagittarius A*, il buco nero al centro della Via Lattea: più vicino, ma più difficile da sorprendere perché oscurato dalla fitta coltre di gas e polveri che si trovano nel piano della nostra galassia. Inoltre mentre l’attività intensa di M87 lo ha reso un bersaglio più semplice da centrare, Sagittarius A* è per lo più in stato di quiete.

 

 

Se finora nessuno aveva osservato un “black hole” c’è chi è arrivato vicino a generare un’immagine molto verosimile, però solo attraverso la simulazione. È stato il regista Christopher Nolan che per il suo film Interstellar si è avvalso del Premio Nobel Kip Thorne, che ha sviluppato un modello col quale è stata realizzata la simulazione del buco nero Gargantua e degli effetti di un suo avvicinamento da parte di una astronave. Thorne, per altro, è stato allievo del grande Archibald Wheeler a cui si deve l’invenzione del termine “buco nero”. Ora non abbiamo davanti più solo una simulazione, ma qualcosa di reale: «È un momento magico per l’umanità che si affaccia sempre più all’universo e vede cose che nessuno aveva mai visto prima. Un po’ come quando Galileo alzò il suo telescopio verso il cielo», conclude Rovelli.

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