Ho portato il cuore di Bergamo
tra i bimbi disabili della Giordania

Una scuola per bambini diversamente abili, cristiani e musulmani insieme, gestita da tre donne nel cuore del Medio Oriente. Accade ogni giorno a Madaba, in Giordania. La scuola si chiama “Arsenale dell’Incontro” ed è una delle missioni del Sermig – Arsenale della Pace di Torino, casa per i poveri e per i giovani fondata più di cinquant’anni fa da Ernesto Olivero. Ho visitato l’Arsenale dell’Incontro insieme a Maria, Alice, Chiara e Nicol. Siamo partite in rappresentanza del gruppo Sermig di Bergamo, da anni attivo nella bergamasca. Prima della partenza, ci siamo preparate, materialmente e culturalmente. Ciò nonostante, lo stupore è stato nostro costante compagno di viaggio.

L’Arsenale dell’Incontro accoglie più di 260 bambini e ragazzi diversamente abili: una scuola, sedute di fisioterapia, terapia occupazionale, logopedia. Si risponde a un bisogno preciso: in Giordania il tasso di disabilità fisica o mentale in è alto (una persona su dieci ne è colpita) ma le tecniche di assistenza e riabilitazione sono ancora poco diffuse. Il risultato è spesso un’emarginazione che accompagna la persona disabile per tutta la vita. L’Arsenale è gestito da Chiara, Irene e Chiara Maria, tre donne della Fraternità della Speranza del Sermig. Da anni vivono in Giordania: hanno imparato l’arabo e, soprattutto, hanno imparato a entrare in punta di piedi in una cultura e in un contesto molto diverso da quello italiano, con la voglia di condividere e non di prevaricare. Ogni mattina, l’Arsenale si riempie di bambini. Divisi in gruppi da otto studenti, i piccoli imparano le lettere dell’alfabeto, i colori, i numeri. Si impara a giocare rispettando le regole, si applaudono i progressi dei propri compagni, ci si abitua a lavare i denti e le mani dopo la merenda. Al pomeriggio arrivano a scuola i ragazzi più grandi, fino a 35 anni. Con loro si svolgono attività professionalizzanti: si impara a cucinare, a creare oggetti di bigiotteria, a comporre mosaici. La scuola permette a molti ragazzi di sperare in un futuro autonomo: «Qui vediamo i bambini e i ragazzi crescere e cambiare. Fioriscono: è uno stupore continuo, per noi e per le loro famiglie», ci racconta Chiara. Passiamo molto tempo con i bambini: frequentiamo le loro lezioni, facciamo merenda insieme e giochiamo. Non conosciamo la loro lingua ma riusciamo a comunicare: è sufficiente un sorriso, uno schiocco di dita, tanti sguardi.

Vediamo intorno a noi tanta bellezza: i volti gioiosi dei ragazzi che all’Arsenale si sentono a casa; i sorrisi sinceri delle maestre, in maggioranza musulmane, per ogni piccolo progresso dei propri studenti; la fatica che viene affrontata grazie alla collaborazione; la soddisfazione che brilla negli occhi dei bambini per una nuova parola imparata. Vediamo due religioni che hanno imparato a lavorare insieme, oltre ogni differenza: un incontro autentico è possibile grazie alla cura e all’amore verso i bambini, ultimi tra gli ultimi. «Cerchiamo di essere una presenza nel deserto – mi racconta Irene -, che non è un deserto solo materiale, ma anche di relazioni». Il deserto è ben visibile anche dal tetto dell’Arsenale: immensi campi di terra, pochissimi alberi. Alla sera ci addormentiamo con l’abbaiare dei cani e il ragliare degli asini, al mattino ci svegliamo con i canti dei galli. Sono suoni a cui non siamo abituate; allo stesso modo, non siamo abituate ad una luce diversa: lì il sole sembra battere più forte, la temperatura è più alta, tutto brilla sotto ai nostri occhi. Chiedo a Chiara Maria dove lei e le altre ragazze trovino la forza per portare avanti un progetto così impegnativo in una terra per molti versi inospitale. «Lo facciamo per i bambini. Crediamo sia giusto restituire loro dignità e possibilità per il futuro. Vogliamo restituire il bene che noi abbiamo avuto la fortuna di ricevere».

Abbiamo portato all’Arsenale dell’Incontro più di 4.500 euro, frutto di donazioni di tanti amici, in maggioranza bergamaschi, che hanno deciso in questo modo di sostenere il progetto. I soldi verranno interamente utilizzati a vantaggio dei bambini che abbiamo incontrato. In Giordania abbiamo imparato che è possibile… incontrarsi: la diversità può realmente diventare una ricchezza, preziosa e faticosa, capace di trasformare la realtà.

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