I volti e le mani

Quelli che corrono a dare una mano quando una casa è allagata

Quelli che corrono a dare una mano quando una casa è allagata
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Un anno e mezzo fa esatto, l’alluvione che ha colpito Bergamo. La ricordiamo con questo racconto, omaggiando tutti quelli che ogni giorno ci sono per gli altri, in tutte le zone d’Italia.

 

Prima sono arrivati i pompieri, alla terza chiamata, ché si fa quel che si può. Poi, quando il metro e mezzo d’acqua che c’era ovunque è stato succhiato via, sono arrivati loro. Simone, Arcangelo, Sperandio, Giampietro, Matteo, Romana, Demis. Senza essere chiamati. Quelli di città non ci credono, che la gente arrivi a darti una mano: «Non mi conosce nessuno, se dovesse succedere a me, chi vuoi che venga». Qui arrivano, perché è normale.

«Dai, se gh’è de fà?” (dai, cosa c’è da fare?), chiedono, quando arrivano. Che è una domanda un po’ retorica per togliersi dall’imbarazzo di stare in casa d’altri, di entrarci senza essere invitati. Bergamaschi. Poi parlano pochissimo mentre lavano, spostano, aiutano. Aprono la bocca solo per dire «Chèsto, ‘ndo ‘l mète?» (Questo, dove lo metto?). Fa niente se hanno dietro di sé un disastro, davanti a sé cataste di robe infangate. Dove te le metto? Dove le vuoi, le tue cose? Esseri umani. Quando provi a dire «Grazie» ti guardano male, poi ironizzano: «Gh’ére sémò i ma’ ströce, preòcupes mia» (Avevo già le mani sporche, non ti preoccupare). Perché mica sono venuti solo da te, c’è tutto un paese allagato, attorno, e loro, figurati, vuoi non dare una mano? Quasi eroi. Quando tu sfarfalli in giro con una macchina fotografica neanche ti domandano perché non stai facendo la loro sfacchinata, hanno da ridire solo quando lo scatto li coglie mentre bevono il caffè: «Dai, che ergógna, dèsmet!» (Dai, che vergogna, smettila!). Che poi sembra che uno sia venuto solo per prendere un caffè a scrocco. Loro non sanno che, nella foto, gli stivali, i pantaloni, le mani incrostate di fango si vedono, eccome. Come tutti sanno che, a un certo punto della fatica, le donne arrivano con il caffè.

Le donne. Loro sono dentro, a misurare il danno, a metter via quel che resta delle coperte, a guardare i ricordi da buttare. A controllare se la lavatrice funziona. A far tornare tutto com’era: pulito, ordinato, umano. Resterà solo il segno sul muro, quando avranno finito. Stamattina han tenuto a freno le lacrime e si sono sedute, davanti al fango che saliva, con quella grazia malinconica che sanno avere nella rassegnazione: «L’acqua, l’è tremenda». E poi, subito: «Sti' bé? Sti' töi bé?» (State bene, state tutti bene?). Madri. La più anziana è arrivata con un golfino grigio sopra la testa, non c’era tempo di prendere l’ombrello. La prima cosa che ha detto è stata: «Met sö i laur söi pé che te se màlet, anima!» (Mettiti le scarpe che ti ammali, anima!). Parlava con una che, a vent’anni, stava scalza sotto l’acqua battente, senza saper cosa fare. Voleva insegnarle che, anche nel disastro, la cura.

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