Ragazzi, fate un lavoro utile agli altri
anziché seguire i soldi o la passione

Seguite l’utile, non la vostra passione. Sia chiaro: per utile non si intende affatto quello che può farvi diventare milionari, ma quello che può tornare utile agli altri e, dunque, anche a voi stessi. Certo, il consiglio va controcorrente. Non ci si sente dire spesso di dimenticare le proprie passioni e di tuffarsi nelle esigenze della società. La tesi, però, è tutt’altro che debole. È sostenuta con ampiezza di argomentazioni da una dottoranda in Scienze comportamentali dell’Università di Warwick, Jesse Whittlestone. La studiosa ha pubblicato un articolo, dal titolo Cercate un lavoro che cambi la vita delle persone, anziché seguire la vostra passione, in cui spiega con chiarezza perché dovremmo capire come possiamo aiutare gli altri, per avere un lavoro e una vita appaganti. Lo riproponiamo in traduzione qui.

Come scegli una carriera che sia utile e soddisfacente?

Per la maggior parte di noi, questa è una delle domande più importanti che siamo chiamati a affrontare nel corso delle nostre vite. L’uomo medio trascorre 80mila ore della sua vita lavorando – una vita soddisfacente senza un lavoro soddisfacente è quasi impossibile.

Accertarsi che le persone svolgano i mestieri per cui sono adatti e per i quali sono motivati è una parte altrettanto importante di un’economia ben funzionante. Tuttavia, la qualità dei consigli dispensati ai giovani laureati che stanno per scegliere il loro percorso lavorativo lascia molto a desiderare. Quando mi sono laureata pochi anni fa, non avevo nessuna idea di quello che volevo fare. Ricevevo due tipi di suggerimenti: avrei dovuto fare domanda per un lavoro in azienda, che almeno mi avrebbe ripagato bene, oppure avrei dovuto capire per cosa nutrivo passione e andare a fare quello.

 

 

Il primo consiglio non faceva al caso mio: nessuno dei lavori aziendali di cui avevo notizia mi interessava e non ero pronta a sacrificare la mia felicità per un assegno. Ma il secondo consiglio, quello secondo cui avrei dovuto “seguire la mia passione”, mi dava ancora più fastidio. Ben Todd, co-fondatore del servizio etico di consulenza lavorativa 80 000 Hours (http://80000hours.org), riassume il problema del “segui la tua passione” in una recente conferenza TEDx, meglio di quanto abbia potuto fare io.

La maggior parte delle persone non ha passioni definite; semplicemente, non so quello che mi appassiona. Sapevo quello che non mi entusiasmava – non ero appassionata agli affari, alla finanza, a nessun obiettivo artistico o sportivo, in realtà. Trascorrere più tempo pensando a questo, cercando di inquadrare la mia passione, non mi stava portando da nessuna parte.

Anche se hai una vera passione, non è detto che seguirla ti procuri un lavoro, per non parlare di un lavoro in cui puoi eccellere e che puoi amare. Ci sono più laureati appassionati di sport e di arte di quanto il mercato del lavoro possa sostenere. Sopra ogni altra cosa, gli interessi cambiano. Una ricerca di psicologia ha scoperto che generalmente non siamo molto bravi a predire quello che ci renderà felici in futuro, perciò scegliere una carriera basandosi sulle passioni attuali potrebbe essere la ricetta per l’infelicità futura.

 

 

Il vero problema del “fai quello che ti appassiona” è che parliamo di “passioni” come se fossero cose che esistono dentro di noi e che attendono di essere scoperte. Ma non sembra che sia questo il caso: quando guardi le persone che sono veramente e sinceramente appassionate a quello che fanno, molte di loro dicono che non erano appassionate al loro lavoro, quando hanno iniziato. Quando era al college, Steve Jobs era appassionato di Buddismo Zen. La maggior parte dei ragazzi di dieci anni non hanno passioni, né le hanno i ventunenni. La passione non è qualcosa che dorme nel tuo profondo, così da essere trovata per mezzo di sufficienti esercizi introspettivi. Piuttosto, la passione si sviluppa contribuendo a qualcosa di significativo.

In un recente articolo dell’Huffington Post, il professore Adam Grant, di Wharton, sostiene che c’è un elemento chiave che tutti i lavori “senza significato” hanno in comune: non fanno la differenza per le vite degli altri. Se non crede che sta contribuendo a qualcosa, la maggior parte delle persone fa fatica a trovare un significato al suo lavoro, anche con tutti gli altri fattori che una ricerca riconosce essere importanti per un lavoro soddisfacente – autonomia, varietà, sfida, riconoscimento.

L’importanza del senso di contributo è sostenuta da una ricerca approfondita sugli elementi che predicono la soddisfazione di un lavoro, la quale indica che le persone che sentono che il loro lavoro contribuisce a qualcosa di più grande di loro stessi, sono molto più inclini a trovare appaganti i loro mestieri. C’è poi un’ampia bibliografia di ricerche psicologiche che suggeriscono che aiutare gli altri ci rende felici: Martin Seligman, il fondatore del campo della psicologia positiva, sostiene che la felicità che otteniamo dall’aiuto prestato ad altri dura di più di quella che riceviamo dal fare qualcosa per noi stessi.

 

 

Fare qualcosa di valore non implica necessariamente lavorare per una ong. Significa identificare un problema urgente (sia esso la povertà, i diritti umani, il cambiamento climatico o qualcosa di completamente diverso) e fare qualcosa per contribuire a risolvere quel problema (fare ricerca, raccogliere fondi, diffondere consapevolezza, o qualcosa di completamente diverso). È importante sapere che fare qualcosa di prezioso attraverso il proprio lavoro non significa sempre produrre subito un impatto enorme. Potrebbe essere molto meglio trascorrere i primi anni della vostra carriera a imparare quali problemi possono essere affrontati e a sviluppare abilità utili e flessibili per mettervi nella migliore posizione per contribuire ai quei problemi nel giro di qualche anno. Non tutti possono fare ciò che amano – non abbiamo tutti delle passioni definite che possono essere tradotte facilmente in lavori. Ma quasi tutti possono fare qualcosa di apprezzabile, qualcosa che aiuta gli altri.

Anziché consigliare ai giovani laureati di “seguire le loro passioni” o di “seguire i soldi”, penso che dovremmo dire loro di “seguire ciò che ha valore”. Sospetto che, come risultato, avremmo una società molto più felice, molto più motivata – per non dire un’economia molto più funzionale.

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