Ritrovarsi attorno a un gomitolo
e parlare dei tempi che furono

Lavorare a maglia e creare i propri capi caldi per l’inverno è una di quelle attività del passato che i giovani alternativi di oggi, affascinati dal sapore di vintage, stanno riscoprendo e riportando in auge. Le ospiti della casa di riposo Opera Pia Olmo di Osio Sotto però, quando si ritrovano il mercoledì pomeriggio per il laboratorio della lana, di certo non cercano di seguire la moda dei ragazzi, ma vanno a recuperare le capacità sviluppate nel passato e i ricordi dell’infanzia. «Io ho imparato a lavorare a maglia quando avevo solo sette anni. Mi sedevo accanto a mia mamma e facevamo i sottocalzini per mio padre e per i miei fratelli. Un tempo si usavano gli zoccoli, quindi bisognava tenere i piedi al caldo e sostituire spesso i calzini, che si logoravano facilmente. Piano piano ho imparato a fare anche cose più complesse e quando sono nati i miei figli ho preparato loro tutto il completino. Ora, invece, sono bisnonna e sto facendo questo capo per i miei pronipoti», ricorda la signora Assunta, mentre assesta concentrata una decina di punti alla sciarpina verde che sta creando.

 

 

«È importante fare attività che stimolino la memoria procedurale, ossia quella che riguarda i procedimenti da seguire nelle fasi di un lavoro», spiega l’educatore Carmelo, che chiarisce precisando: «Una volta imparato a lavorare a maglia e una volta reso automatico il gesto, non lo si dimentica più; è un po’ come andare in bicicletta. Oltre a quello della lana, qui in struttura abbiamo attivi altri laboratori, come ad esempio quello di cucina, volti a recuperare il passato lavorativo. Tali scelte rimandano al metodo “gentle care” e permettono di proporre attività stimolanti, che non creino ansia da prestazione nei partecipanti. Alcune strutture, per esempio, propongono attività di decupage o pittura, che magari i nostri anziani non hanno mai fatto nella loro vita. Tali laboratori non solo sono praticamente inutili, ma creano anche difficoltà e momenti di spaesamento di fronte a qualcosa di nuovo ed estremamente complesso da apprendere da zero». «Non si può mica imparare a ottant’anni!», sbotta la signora Mariangela. Che poi continua con grinta: «Io il decupage e quelle altre cose moderne non le ho mai fatte. Invece il cucito e il lavoro a maglia certo che lo so fare bene. Un tempo, quasi tutti i vestiti venivano prodotti in casa e quindi era importante per una ragazza sapersi destreggiare con i ferri». «Ci si trovava d’estate sotto i portici e d’inverno nelle stalle a cucire. Un tempo ci si voleva tutti più bene e con il vicinato ci si trovava a stare insieme la sera. Capitava anche che si recitasse il rosario mentre si faceva il lavoro a maglia», attacca Maria Giavazzi, spronata dal discorso a ricordare e raccontare il mondo della prima metà del Novecento.

 

 

«Il laboratorio è un momento importante, perché crea gruppo e perché i loro lavori, pur non avendo un vero valore materiale, rappresentano oggetti di incommensurabile significato affettivo per le ospiti e per le loro famiglie», testimonia Simona Roberti, volontaria da cinque anni nella struttura. «Non tutte sanno o si ricordano bene come lavorare a maglia, ma noi accogliamo tutti! Chi si sente stanco o non ha voglia di prendere in mano i ferri può aiutare gli altri, per esempio preparando i gomitoli. Il contributo di tutti è fondamentale e sempre prezioso. Inoltre, il laboratorio è un momento di convivialità e di condivisione nel quale anche le ospiti più timide o meno loquaci tendono ad aprirsi e chiacchierare. Tutte si sentono stimolate a raccontare della propria vita passata e in generale tendono a rievocare i momenti della propria infanzia o adolescenza. Raccontano di quando, di nascosto dai genitori, andavano a ballare, oppure di quando si trovavano insieme a lavare i panni o si vestivano bene in occasione della festa del patrono. Come volontaria ho svolto diverse attività nella struttura, ma credo che questa del laboratorio della lana sia una delle più divertenti e preziose. Mi piace da morire sentirle raccontare del passato e, grazie alle ospiti, sono riuscita a ricostruire e toccare con mano la vita quotidiana dei loro tempi e immaginare il mondo in cui sono cresciuti i miei genitori».

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