Che fare a San Valentino
prima di ogni altra cosa

Perché il giorno di san Valentino si mandano le Valentines, cioè i biglietti in cui si mette in sospetto qualcuno che ci sia in giro qualcun altro che – ignoto – spasima per lui? Questo era almeno il significato originale dei bigliettini. Per via dei soliti americani. I quali, tra le tante storie che accompagnano la vita di questo santo che morì decapitato a 97 anni dopo essere stato fatto vescovo a 21, preferirono questa:

Un giorno il vescovo, mentre stava passeggiando, notò un ragazzo e una ragazza che stavano litigando in maniera furibonda. Dispiaciuto, staccò una rosa da un cespuglio e la mise nelle loro mani, invitandoli a proteggerla. I due si trovarono con le mani le une dentro le altre e la cosa funzionò.

Probabilmente si tratta di una catacresi, fenomeno linguistico per cui si chiamano “gambe” quelle del tavolo per similitudine a quelle dei quadrupedi. Probabilmente Valentino aveva detto più di una volta volta che l’amore è come una rosa che va curata e custodita (chi coltiva rose sa cosa vuol dire e le cure che richiedono, come pure conosce la convivenza fra le spine e il più bello dei fiori) e qualcuno avrà pensato che, fra i tanti gesti d’attenzione alla gente compiuti dal vescovo, ci poteva stare anche la rosa consegnata ai due litiganti.

 

 

Come tutte le storie, anche questa ha le sue varianti. Una di esse – una specie di sequel – dice che mentre i due tenevano in caldo la rosa cominciarono a volare loro intorno delle coppie di piccioni, volatili tradizionalmente associati alla lussuria. Specie di conigli con le ali, da questo punto di vista. Anche Dante parla di «colombe dal desio chiamate» per indicare l’avvicinamento di Paolo e Francesca. È stato Virgilio a mettere in giro questa voce, che è prima di tutto contadina: il bacio colombino è – dalla notte dei tempi – quello che oggi si chiama “alla francese”.

Può essere – per lo stesso fenomeno linguistico richiamato sopra – che la gente sapesse che, in fatto di bisticci e d’amore, il vescovo fosse dell’idea che prendersi a baci è sempre meglio che prendersi a schiaffi, e che avesse maturato, negli anni, perfino la convinzione che i primi, dati con tutti i crismi e alla persona giusta, potessero evitare l’insorgere dei secondi. Da qui la scenetta dei colombi che girano attorno ai “piccioncini”, come sembra che da quel momento in poi venissero chiamati quelli che tubano in grazia di Dio.

Cosa c’entrano gli americani in tutto questo. È un lungo giro. Il fatto è che il 14 febbraio del 1400, festa di san Valentino, fu fondato a Parigi l’Alto Tribunale dell’Amore – una specie del nostro “Tribunale dei Malati” – la cui giuria era composta essenzialmente da persone che conoscessero bene la letteratura amorosa. Si erano inventati leggi d’amore, violazioni alle medesime con relative pene e altri regolamenti bizzarri per avere, come suona il titolo di un film con Julia Roberts, qualcosa di cui sparlare.

 

 

I francesi si scontrarono poi in battaglia con gli inglesi. E persero disastrosamente, al punto che il loro re Carlo d’Orléans fu fatto prigioniero e rinchiuso nella torre di Londra. E a questo punto interviene Wikipedia, su cui si può leggere che «La più antica “valentina” di cui sia rimasta traccia risale al XV secolo, e fu scritta da Carlo d’Orléans, all’epoca detenuto nella Torre di Londra dopo la sconfitta alla battaglia di Agincourt (1415). Carlo si rivolge a sua moglie con le parole: Je suis desja d’amour tanné, ma tres doulce Valentinée…».  La battaglia di Agincourt (o Azincourt) è quella cantata da Shakespeare nell’Enrico V, dramma che che contiene in famoso Discorso di san Crispino e, nel film con Kenneth Braghan, il bellissimo inno Non nobis, non nobis, Domine Sed nomini tuo da gloriam, antico canto dei Templari. Dunque le Valentine si chiamerebbero così non per via del vescovo, ma perché Valentina era il nome della moglie di Carlo lo sconfitto. Ipotesi che appare più plausibile se non altro perché giustifica l’uso del femminile.

Adesso mettiamo insieme il tribunale parigino, la lettera del prigioniero di Londra, la diffusione – sempre in Gran Bretagna – della devozione a san Valentino da parte – soprattutto – dei Benedettini – probabilmente perché Benedetto era di Norcia e l’altro di Terni -, aggiungiamoci l’idea di alcuni imprenditori statunitensi dell’Ottocento di produrre biglietti d’auguri anche per altre feste oltre a Natale e Pasqua, ed eccoci all’attuale ricorrenza fatta di frasi d’amore. E dato che il pensiero, anche se scritto, si dice che basti, ma tutti sanno che non è vero, ecco che dietro ai biglietti è venuto il resto che conosciamo bene.

Che di tradizione americana si tratti è dimostrato non solo dal fatto che la storia della rosa da tenere in caldo risulta conosciuta nel Regno Unito e nella sua ex colonia (e da noi no), ma anche dalla constatazione che debba trattarsi di una ricorrenza così sentita nella popolazione che oggi perfino i musei americani più seri si danno da fare a celebrarla promuovendo gli oggetti e le iniziative più strane (e più rosa) sui loro siti. Cosa che i nostri Uffizi, per esempio, non fanno. E dunque cosa bisogna fare a san Valentino, prima di ogni altra cosa? Baciarsi a tutto spiano ricordando l’antico vescovo. Il resto sono dettagli.