Stezzano e la missione in Bolivia
Col cuore di don Bepo e padre Berta

Sono passati dieci anni e qualche mese dalla scomparsa di padre Antonio Berta, figura centrale della missione in Bolivia. È stato lui, su mandato di don Bepo Vavassori, fondatore del Patronato San Vincenzo, a dar forma a quel sogno che ha preso il nome di «Ciudad de los niños». Partì per la prima volta nel 1966; dopo un’esperienza in un orfanotrofio di La Paz si rese conto della situazione e cominciò a immaginare una struttura diversa. Si recò a Cochabamba con don Bepo e con don Berto Nicoli, trovando un terreno che sembrava adatto allo scopo. Non c’era niente, ma loro vedevano già la Ciudad de los niños fiorire e brulicare di ragazzi vivaci. Qualche anno prima, nel 1962, don Berto Nicoli era partito come missionario diocesano di Bergamo alla volta della Bolivia. Il primo di una lunga serie. Nel 1966 andò al Patronato per parlare con Don Bepo e gli disse: «Perché non venite in Bolivia? C’è tanto bisogno, ci sono tanti bambini».

La Ciudad de los niños. Dopo alcuni anni a La Paz, viene offerto un terreno a Cochabamba. Nel 1970 padre Berta comincia i lavori e in quattordici mesi viene costruita la parte centrale della struttura. Il 19 dicembre 1971 si inaugura ufficialmente la Ciudad de los niños di Cochabamba con l’ingresso dei primi cinquanta ragazzi di strada. È in questo solco che si inserisce la vocazione all’aiuto di molti stezzanesi. Una spinta missionaria che è nata in oratorio, negli Anni Settanta. Racconta Maria Crevena: «Ai tempi alcuni ragazzi della parrocchia iniziarono a frequentare il Celim, il Centro laici italiani per le missioni. Tra di loro c’ero anch’io, c’era Luciano Invernizzi e altri ragazzi. Avevamo questa visione missionaria. Ad esempio io ero responsabile zonale dell’Azione Cattolica ragazzi e avevamo fatto un giornalino, “ACR Mani Amiche Missioni”, che era un po’ la voce dei giovani. Il nostro faro è stato Luciano, che nel 1974 è partito da solo per la Bolivia. Nel 1977 mio marito, boliviano, è arrivato in Italia ed ha avuto un appoggio dal Patronato. Nel frattempo Luciano si era sposato e con lui in Bolivia c’era Maria Teresa. Parlandoci un po’ della missione ci hanno detto di invitare padre Berta agli incontri del nostro gruppo missionario».

 

 

Le adozioni a distanza. Ed è stato in uno di questi incontri che padre Berta ha detto la frase: «Perché con il costo di un gelato al giorno non mi aiutate a mantenere uno di quei bambini?». Fino a quel momento il compito del gruppo missionario di Stezzano era quello di sostenere i suoi missionari. Grazie allo stimolo giunto da padre Berta, si è formato il gruppo delle adozioni a distanza. A quel tempo il curato dell’oratorio trasmise a molti lo spirito missionario: «Oltre a padre Berta, avevamo bisogno di un riferimento e un punto d’appoggio là sul posto. Inizialmente eravamo un gruppo di amici, poi con il passaparola la voce si è diffusa e negli anni le famiglie sono diventate numerose. Il nostro obiettivo è sempre stato quello di intendere l’adozione non solo come sostegno economico. Ti do un contributo ed è finita lì. Noi abbiamo voluto portare avanti l’idea che i bambini là si dovevano sentire parte integrante delle famiglie qui in Italia. I nostri ragazzi oggi hanno le loro famiglie e figli, ma continuano a tenersi in contatto con noi. È come se avessimo dei figli lontani, perché abbiamo cercato di creare un vero legame affettivo». Non è mai stata imposta una cifra mensile, ma solo l’indicazione non tassativa di un euro al giorno: «La famiglia che non può dare trecentosessanta cinque euro, ma solo duecento, per noi rappresenta comunque un aiuto importante. Ognuno di noi vuole sentirsi amato, e così anche i ragazzi boliviani».

 

 

I primi passi. Oltre a Luciano, sono diversi gli amici stezzanesi andati in Bolivia: «Pietro Gamba ha iniziato la sua missione medica poco dopo; padre Santino Brembilla, in Perù e fratel Costantino Nespoli in Malawi, entrambi monfortani; Anna Piatti in Centrafrica». Loro hanno dato l’input iniziale. Luciano Invernizzi ha individuato le motivazioni all’origine della sua scelta: «Arrivano dalla famiglia e dalla parrocchia, quindi dall’oratorio. Grazie a Dio abbiamo avuto una formazione. Poi erano gli Anni Sessanta, il tema era molto caldo. Abbiamo avuto la fortuna di trovare alcuni sacerdoti che erano su questa strada in anticipo sui tempi, dei precursori. Uno su tutti don Bepo; l’impegno della Diocesi di Bergamo in Bolivia dura da più di cinquant’anni e ha impegnato centinaia di volontari, volontarie, laici sposati e non, suore e preti. C’è una grande storia dietro. Tutto il bene fatto è incalcolabile: nel campo della salute, dell’educazione, del sociale». Sulla Ciudad de los niños del Patronato San Vincenzo: «Padre Antonio Berta era il direttore. Prima a La Paz, lasciata a monsignor Angelo Gelmi, diventato poi vescovo e morto l’anno scorso, poi a Cochabamba. Quel posto veniva chiamato pedregal, cioè pietraia. Perché quando padre Berta e il Patronato hanno preso il terreno, era ritenuto impossibile da coltivare, a detta dei campesinos. Invece è stato dimostrato in seguito che lavorando si poteva seminare».

 

Gli alunni della promoción Bepo Vavassori 2017

 

Una scuola orientata al lavoro. Una delle motivazioni forti del gruppo stezzanese è legata alle comunità educativo produttive: «Si educa lavorando e si lavora educando. Alla Città dei ragazzi avevamo le scuole dalla materna fino alla superiori, istituti tecnici. Abbiamo aperto un po’ la strada sulla formazione tecnica perché in Bolivia e in Sud America in generale si usava molto il baccellierato in Humanidades, tipo liceo. Ma non potendo andare tutti i ragazzi all’Università, abbiamo spinto molto sulla formazione tecnica in accordo con padre Berta. In questo modo i ragazzi uscivano dalla scuola a diciotto anni, preparati. Anche perché non avevano risorse economiche e in più erano orfani. Si cercavano di dare opportunità, come si fa coi propri figli. Una scuola orientata al lavoro e alla produzione, perché se non produci non mangi. Già alle elementari ogni corso coltivava il suo pezzettino di terreno, così da arrivare alle medie potendo già fare orario pieno, mattina e pomeriggio, per dedicarsi sia allo studio sia al lavoro». Corsi di meccanica, elettricità, falegnameria, pasticceria e serigrafia, già dalle medie: «Arrivando alle superiori erano già piuttosto indirizzati nella scelta. Le superiori erano anch’esse a tempo pieno e si produceva. Poi si portavano i prodotti alle fiere, per venderli ed essere così un po’ più autonomi. Siamo stati tra i pionieri di questo tipo di scuola in Sud America».

Negli anni ci sono stati cambiamenti: «Siamo andati migliorando. Tutti i ragazzi avevano l’appoggio di padrini in Italia. L’aiuto non andava direttamente al ragazzo ma all’istituzione. A meno di regali. I soldi entravano nella cassa comune, per sostenere le attività. La scuola tecnica esiste tuttora». Il problema degli ultimi anni è stato l’aumento del narcotraffico: la tentazione di lasciare la scuola è forte. In quattro o cinque notti a pestare la coca si guadagna lo stipendio di un mese di un insegnante.

 

 

Il sostegno alle famiglie. Luciano si è trasferito in Bolivia a ventiquattro anni: prima da solo, poi con la moglie. È rimasto alla Città dei ragazzi fino al 2010, quando ci sono stati dei cambiamenti nella direzione. Alla morte di padre Berta nel 2007 è stato deciso dall’alto di ridare la Ciudad pienamente in mano al Patronato. Gli stezzanesi non hanno concluso lì la loro missione, ma l’hanno rinnovata con la fondazione della casa famiglia Amigos de Padre Berta: «Sostenuta dal gruppo adozioni a distanza, ha proseguito sulle linee guida del padre fondatore: il rispetto per la vita e il rafforzamento della famiglia». Aggiunge Maria Crevena: «Fin da quando c’era don Antonio, si è sentita la necessità di aiutare anche gli altri bambini, quelli che non frequentano la scuola. Le famiglie spesso sono composte da una mamma e molti figli, magari di papà diversi. Il supporto dei padrini permette invece di mantenere uniti questi nuclei e farli andare avanti». Per questo sono state ingaggiate psicologhe, psico-pedagoghe, assistenti sociali, medici e anche avvocati, perché ci sono problemi legali seri, ad esempio coi femminicidi. «I ragazzi restano in famiglia, ma vengono seguiti grazie ai soldi donati dal gruppo adozioni. Già in precedenza, quando venivano coperti tutti i ragazzi in istituto, padre Berta pensava alle famiglie fuori. Alla Ciudad in alcuni anni siamo arrivati a dieci, dodici richieste al giorno di inserimento di casi gravi. Già allora si era creata un’equipe che seguiva le famiglie fuori».

 

 

I bei traguardi. Aggiunge Ettore Pedretti : «Siamo arrivati anche a cinquecento famiglie aiutate, poi c’è stato un calo dovuto ai tempi meno floridi anche qui in Italia». Maria Crevena: «Si fanno inoltre corsi di formazione: di igiene, di orientamento per la scuola, per gli adolescenti, per le coppie, le mamme. O ancora, un sostegno didattico ai ragazzi con difficoltà. Ad ognuno viene dato l’aiuto di cui ha bisogno». Sono molti i ragazzi che ce l’hanno fatta: moltissimi vivono ancora in Bolivia, ma un bel numero si è spostato: in Italia, in Spagna, in Canada, negli Stati Uniti, in Brasile, perché avendo la preparazione tecnica sono stati in grado di trovare lavoro anche in altre nazioni. Magdalena Perez ha scritto una lettera commovente ai suoi padrini di Stezzano, grazie ai quali si è laureata. Ninosca Auza Portales è diventata ingegnere l’anno scorso. Faustino Condori è ora uno chef internazionale.

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