«Ma però almeno l’itagliano, sallo!»
In difesa della nostra povera lingua

Luciano Satta non c’è più da diciassette anni, ma le sue «parole poverette» mi risuonano ancora vive nella mente con tutta l’autorevolezza dolce e puntuale dei suoi insegnamenti. Satta era un valente scrittore e giornalista, ma soprattutto un appassionato linguista: proprio Parole Poverette era il titolo di una sua seguitissima rubrica sulle pagine della cultura de La Nazione di quei tempi, a far da eco alle sue numerose pubblicazioni editoriali sullo stesso argomento. Non so, se fosse ancora in vita, cosa ne sarebbe stato di quel suo appuntamento settimanale con i lettori: credo che da tempo sarebbe stato cassato a favore di un altro modo di concepire la comunicazione e certamente avrebbe dovuto fare i conti non più con una lingua da difendere ma con lo scempio ormai conclamato di cui è oggetto.

Il professore insegnava con amore modi di dire e regole di linguaggio a chi quell’amore condivideva, non per un’aristocratica appartenenza di classe ma per il semplice fatto di sapere quanto l’italiano fosse una bella lingua, fatta di regole da osservare e non da liquidare con sufficienza tracotante o addirittura da ignorare. Satta non sapeva e non poteva sapere che piano piano si sarebbe venuto a radicare, dopo aver strisciato a lungo, il sentimento generalizzato dell’iper relativismo, scuola di pensiero secondo la quale tutto insomma può andare bene, può essere ammesso e perché no fare ottimo brodo. Che importa scrivere quando occorre l’a senza acca, cosa significa seminare di apposto ( che è voce del verbo apporre) invece di a posto (per dire che va tutto bene) o non centra senza apostrofo anche quando non occorre centrare alcun obiettivo, per quale motivo scandalizzarsi della congiuntivite imperante, visto che l’uso dell’indicativo al suo posto è stato perfino sdoganato dall’Accademia della Crusca, forse ormai solo l’ombra di quel che era e avrebbe dovuto essere?

Ed ecco un esercito di ignoranti fatti e finiti, in virtù di una evanescente “dinamica della lingua”, trovare posto e dignità nel mondo easy, che tutto ammette e permette. Quello che è successo con i messaggini inviati attraverso il cellulare è sotto gli occhi di tutti ed è stato oggetto di una miriade di analisi: ma anche in questo caso l’assoluzione è piena perché assieme alle faccine (emoticon) hanno fatto pensare a qualche esegeta della nostra epoca a qualcosa che ricorda nell’uso di ideogrammi e acronimi modelli di scrittura arcaici vicini ai geroglifici egiziani.

Ma se il professor Satta fosse ancora tra noi dovrebbe vedersela anche, e specialmente, con tutto quello che si riesce a produrre sui social di internet. Qualora se ne abbiano ancora gli strumenti, ormai ridotti generalmente all’osso, è esilarante accorgersi del florilegio di stupidaggini in termini di ortografia, grammatica e sintassi di cui è costellato Facebook. Il protagonismo dilagante fa credere a chiunque di poter scrivere qualsiasi cosa e in qualunque modo possibile. Il dilagare della spudoratezza senza la vergogna di una vereconda consapevolezza dei propri limiti mette nelle condizioni quella platea non solo di esprimere brevi e modesti concetti, bensì li sprona verso agoni poetici mai richiesti a opinionismi da bar orpellosi e infarciti delle più gustose bestialità linguistiche. Non c’è ritegno in nome della dinamica linguistica e non è raro trovare nelle informazioni dei vari siti che il tal individuo conosce «la russa, la spagnola e la cinese». Beato lui, osserverà l’invidioso disattento: in realtà si sta parlando della lingua. Un tempo non lontano si diceva «conosco il russo, lo spagnolo e il cinese», ma stando così le cose, va bene così.

Ho personalmente avuto a che fare recentemente  con una tal insegnante di inglese, di madre italiana, che quando usava il dolce idioma lo faceva imitando benissimo e senza sforzo i carrettieri, absit iniuria verbis… Che farci, è andata così professore, l’italiano è diventato un guazzabuglio di fonemi, molte parole non corrispondono più ai concetti (il piano bar, ad esempio, è in luoghi dove nessuno sa com’è fatto un pianoforte) e gli americanismi infarciscono di miserie lo squallore della nostra scarnificata lingua, ormai svenduta sul banco dei saldi alla stessa identica stregua di quel poco che in Italia ci resta.