Che c’è da festeggiare a Natale?

In giro si dice che a Natale – per i pochi che ancora si ostinano a chiamare così Le feste, The season, l’arrivo di Babbo Natale – bisogna essere tutti più buoni. O addirittura, mentre le bombe cadono sulla Siria, intere famiglie annegano nell’Egeo o al largo della Sirte e Boko Haram scorrazza lungo il corso del Niger, che si è tutti più buoni. Si dicono anche tante altre cose: c’è un tale bailamme nell’aria che aggiungere altre parole può provocare qualcosa che assomiglia alla nausea. Polveri sottili.

Tanto più che un giudizio definitivo sulla vicenda è già stato dato anni fa, pochi giorni dopo la nascita del piccolo, quando i suoi genitori – uno dei quali posticcio – lo presentarono al tempio. Il vecchio sacerdote che lo accolse disse esattamente: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori». Per la rovina di molti. D’accordo: anche per la resurrezione. Però anche per la rovina. E rivolto alla madre aggiunse, per scansare ogni equivoco: «E anche a te una spada trafiggerà l’anima». Augurio migliore non si sarebbe trovato.

Dunque, che c’è da festeggiare a Natale? Il presentarsi di un elemento – di un segno – che scatena la contraddizione. Che fa emergere la verità di quel che si pensa. Che provoca un giudizio: da che parte stai, rispetto a questo neonato? Fa’ attenzione a quel che dici perché se stai dalla parte sbagliata c’è il rischio di rovinare in basso loco, per dirla col poeta.

Colpisce, in tutta la vicenda, che il dato capace di provocare resurrezione o rovina sia poco più che nulla: un bambino nato fuori sede, affidato a genitori che non avevano nemmeno prenotato l’albergo, a quanto si dice. Un quasi niente venuto al mondo alla periferia dell’impero, tra gente strana, come uno di quei suoi coetanei odierni che vengono trovati cadaveri sulle spiagge della Turchia o di qualche isola greca. Che avrà voluto dunque dire il vecchio sacerdote, con quelle parole? Forse che il mondo va così: che il discrimine tra la vita e la morte è sempre attivo: su ogni fatto, su ogni evento che sei chiamato a giudicare rischi la resurrezione o la rovina. E che in nessun caso ti sarà tolta la fitta di dolore che la presa di posizione – ogni presa di posizione vera – comporta.

Perché è strano – ma tremendo – quel che dice il vecchio alla madre del bambino ponendo l’alternativa tra rovina e resurrezione: dice infatti che in ogni caso bisognerà passare attraverso la morte. Una morte duratura in un caso, temporanea nell’altro, ma comunque di lì bisogna passare. Il dolore non te lo toglie nessuno. Neanche a Natale. Anzi, proprio a Natale la cosa si fa più evidente, più irrevocabile: la morte, bisogna passarci a tutti i costi. Il problema è solo il come.

Per coloro che sanno anche come andò poi a finire la storia – il piccolo, una volta cresciuto, sarà condannato a morte, salirà sul patibolo e secondo alcuni risuscitò tre giorni dopo – c’è un punto, sul finale, che rischia di mandarci per traverso il pranzo: è quando lui, l’ex bambino di Betlemme, prima di essere catturato dalla polizia, chiede a suo padre (quello vero) se non sia possibile evitare lo scempio che verrà fatto di lui di lì a qualche ora. E il padre gli farà capire che non è possibile. Così, un attimo prima di morire per le torture, il figlio si rivolgerà al padre (al padre amoroso, così lo chiamano) chiedendogli perché lo abbia abbandonato.

Non ci sarà tolta la morte, non ci sarà tolta la condizione di sentirsi dei randagi senza nessuna Brambilla a difenderci, la nostra anima verrà passata a fil di spada. E tutto questo qualunque sia la posizione che prenderemo di fronte alla vicenda del neonato e ai suoi sviluppi. Anzi: quanto più ci troveremo dalla parte giusta, tanto più rischiamo di essere massacrati e abbandonati. Una bella prospettiva, non c’è che dire. A pensarci, tra una nocciolina americana e un Brut diventato schifosamente tiepido, c’è da farsi chiedere dal vicino di tavola: «Che ti prende che sei diventato pallido, tutt’a un tratto?»

C’è che anche a Natale – come del resto in tutti giorni dell’anno – non si può evitare di fare i conti con la verità delle cose. Perché è la verità che rende liberi. Liberi anche di dire, di fronte al bambino di cui stiamo parlando: «D’accordo, se la verità è questa, mi va bene che sia così. Ma solo perché è la verità e perché sei tu a dirmelo. Perché se poi la resurrezione non c’è saremmo davvero le persone più infelici del mondo. Come dire che una crociera ai Caraibi non ce lo toglierebbe nessuno. Intesi?».