Christian De Sica: mio padre
e il miracolo dei 300 ebrei

Christian De Sica si racconta  sul palcoscenico ancora una volta mettendo in scena lo spettacolo Cinecittà: una magia vissuta e respirata sin da bambino, quando con il padre Vittorio ha cominciato a frequentare timidamente quello stesso ambiente che lo avrebbe consacrato affermato attore. Così è proprio negli stabilimenti dell’Hollywood sul Tevere che inizia a vivere le sue prime esperienze adolescenziali, le amicizie con Rossellini e i suoi i figli fino all’incontro con Carlo Verdone della cui sorella si innamora sposandola. Insomma diventa casa sua quell’immenso set cinematografico dove bivaccano cowboy all’amatriciana in attesa di attaccare finti indiani, che stanno facendosi una partita a scopone, dove poppute matrone romane addentano supplì, mentre a cavalcioni della biga di Ben Hur si ascolta a tutto volume la partita della squadra del cuore. Dove, per confidenza stessa di Christian, si sarebbe potuto cogliere un Roberto Rossellini gustare con disinvolta indifferenza una “coppa del nonno” mentre Vittorio De Sica nei panni del Generale della Rovere cadeva in un bagno di sangue, massacrato dai colpi dei nazisti.

In questo mondo finto dove ogni cosa deve apparire reale, commuovere, appassionare , spaventare e coinvolgere fino alla immedesimazione, il giovanissimo De Sica  portato per mano dal padre impara a muovere i primi passi.

«Fare il mestiere della comparsa mi entusiasmava – racconta l’attore con viva partecipazione emotiva –. Ci venivano a prendere all’alba tutti quanti con un pullman che partiva da Piazza Esedra (vicino piazza stazione a Roma, ndr) per portarci negli stabilimenti di Cinecittà. Uno dei miei ricordi più importanti è legato ad Alberto Sordi, che considero mio zio. Era bonario, ma anche inflessibile e non mi concedeva di sbagliare con troppa facilità. Poi bastava la sua risata aperta e quasi fanciullesca per cancellare ogni malumore. Lui non faceva niente per essere comico, bastava la sua sola presenza, il modo speciale di dire le cose…».

Perciò questa Cinecittà è una magia che le appartiene…

«Che appartiene a tutti ed è una delle maggiori eccellenze italiane nel mondo. Famosa come la Ferrari, Armani o… Schettino».

Questa grande fabbrica di celluloide può ancora produrre sogni?

«Si tratta di un luogo magico che racconta la nostra storia, anche quella contemporanea. Un tempo si sognava di far parte del cast di Ben Hur o di un film di Fellini, mentre adesso si spera di entrare nella casa del Grande Fratello».

In che modo entra teatralmente dentro questa favola della sua vita?

«Dalla porta principale, credo. Porto a teatro un pezzo della mia esistenza dove parlo di cose vissute: da Alberto Sordi a Sofia Loren fino all’episodio in cui mio padre riuscì a salvare trecento ebrei».

Ci racconta come?

«Beh, si doveva girare “La Porta del Cielo”, un film voluto dalla Chiesa e a Cesare  Zavattini che era lo sceneggiatore era stato chiesto di includere la rappresentazione di un miracolo. Scena che l’autore della scrittura aveva però  omesso. Mio padre aveva avuto l’incarico di curare la regia e in quel modo si era risparmiato l’obbligo del reclutamento militare, sottraendosi al quale arbitrariamente poteva costare la vita. Erano i giorni in cui si stavano deportando gli ebrei del ghetto di Roma, che forse ancora non a avevano capito la gravità della situazione. Mio padre sì: perciò aveva deciso di allargare il cast da una trentina di persone fino a trecento, facendoli tutti convenire sul set allestito nella Chiesa di San Paolo Fuori le Mura, edificio sotto la tutela del Vaticano. Fu lo stesso allora monsignor Montini, colui che sarebbe diventato papa Paolo VI, a chiudere entrambi gli occhi su quello che stava accadendo. Papà girava un film inesistente con pellicola inesistente e finti attori. Un film che nessuno avrebbe mai visto: però il miracolo era davvero accaduto».

Più a suo agio in  teatro o sul set cinematografico?

«Al cinema dove se sbagli puoi ripetere. Il teatro è però fantastico per il rapporto diretto con il pubblico. C’è adrenalina e lì posso dare sfogo alla mia passione che è cantare, cosa che nello show Cinecittà faccio con entusiasmo enorme».

Quali sono i personaggi che ama di più interpretare?

«Quelli dove in fondo sono me stesso. Cosa che per chi conosce il mio cinema mi capita  frequentemente. Non sono di quelli che ha pudore dei propri ruoli. Il termine “cinepanettone” è da anni inserito come neologismo nella Treccani e indica un certo modo leggero di fare cinema. In fondo con tutti i guai che ci sono in giro fare due sane risate non è male…».

Con appena un po’ di trucco lei somiglia a suo padre in modo impressionante…

«È vero, me lo dicono in tanti. Magari riuscissi a somigliargli davvero in tutto.. Papà aveva un grande carisma e una esperienza professionale che solo quei tempi e quella preparazione alla vita e al mestiere sapevano dare».

Se le chiedessero di fare il remake del “Generale della Rovere” accetterebbe?

«Direi di no: ho sempre rinunciato a questo tipo di iniziative. Detesto ripercorrere strade magistralmente segnate da giganti del cinema. Inoltre dobbiamo anche fare i conti con i tempi che sono incredibilmente mutati, così come i gusti del pubblico. Perciò sono cose che devono restare irripetibili come nel caso del rifacimento di ‘Amici miei’: un film che non avrei mai voluto girare, con ragione».

A Natale dunque altro cinepanettone come tradizione vuole?

«Quest’anno non ci sarà, forse il prossimo. Per adesso godiamoci il mio ultimo film “La scuola più bella del mondo” con Rocco Papaleo, dove io recito in un ruolo decisamente diverso dal solito».