Dedicata all’indimenticabile Favini
ai Percassi e a tutti i bergamaschi

Cantano e ballano sotto la Curva Nord, Gasp e i giocatori, in un delirio di gioia già consegnato alla storia ultrasecolare della Dea. Piange e ride Antonio Percassi, abbracciando Luca e poi Spagnolo e poi chiunque gli capiti a tiro. E così fanno tutti i tifosi, pazzi di una felicità che è la felicità di tutta Bergamo. «Onestamente questo è un sogno – confida il presidente in tv, dove pronuncia parole sagge e giuste -. Il progetto continua, come abbiamo fatto negli ultimi anni, tenendo i conti in ordine e realizzando il nuovo stadio. Per una società come la nostra, un investimento di 40 milioni è molto importante. La Champions League? Sarei felice di andarci, ma il nostro obiettivo è mantenere la categoria e sarebbe splendido andare anche in Europa League. Favini? Mi è bastato un colloquio per capirne l’onestà, l’umiltà, la grandezza d’animo. Favini è nella storia dell’Atalanta».

Ventitré anni sono stati lunghi da passare, dall’ultima finale di Coppa Italia che l’Atalanta di Emiliano Mondonico perse contro la Fiorentina di Claudio Ranieri. E, prima di quella, ce n’era stata un’altra, che fu vinta: il 2 giugno 1963 a Milano (Atalanta-Torino 3-1, tripletta di Domenghini). Poi venne la sconfitta del ’97, nell’atto decisivo della competizione conquistata dal Napoli di Maradona. Il 15 maggio, a Roma, contro la Lazio, sarà un incontro meraviglioso e, comunque vada a finire, sarà un successo. Un fantastico successo, visto che la Dea corre anche per la Champions.

D’altronde, sono tre anni che Bergamopost scrive: il bello deve ancora venire e il bello continua a venire, perché questa Atalanta che incanta l’Italia ha la forza del gioco trasmessale dal suo allenatore. Non si adombrino Juve, Napoli, Inter, Milan e Lazio, ma è la Dea l’unica formazione che abbia un gioco di stampo europeo. E il merito è di Gasperini: unico, inimitabile Gasp.

La falsa partenza dell’Atalanta aveva procurato un brivido allo spettacolare, impressionante pubblico di uno stadio stracolmo, con la Curva Nord protagonista di una coreografia degna della Champions League e tutti gli spettatori uniti dal commosso, toccante omaggio a Mino Favini. L’ira di Gasperini per il gol a freddo subito dalla Fiorentina ha dato la scossa alla Dea che si è rovesciata nella metà campo viola e lì è rimasta sino all’intervallo. Il rigore procurato da Gomez, per evidente fallo di Ceccherini, è stato trasformato da Ilicic con la calma glaciale che lo contraddistingue.

Ma non è stato solo questo il merito del trentunenne sloveno, la cui classe eccelsa è stata una dolorosa spina nel fianco della Fiorentina. Assistito da Gomez e de Roon, mentre Freuler è apparso stranamente impreciso, Ilicic (12 gol e 9 assist in questa spettacolosa stagione) ha tenuto costantemente in ambasce la retroguardia di Montella. Ciononostante, in contropiede la Fiorentina ha rischiato di essere micidiale: prima con Veretout e poi con Benassi, all’inizio della ripresa. Ci ha pensato ancora una volta lo strepitoso Gollini a evitare la beffa, compiendo due interventi degni dello stato di grazia che il portiere sta vivendo in questo finale di stagione.

Curiosamente, i primi minuti della ripresa sono stati simili all’abbrivo della partita, con la difesa bergamasca che ha faticato a prendere le misure all’attacco di Montella, rinfrancandosi via via. Al punto di schiacciare la Fiorentina davanti a Lafont, prima che il francese si castigasse con la papera dalla quale è scaturito il raddoppio di Gomez. Già, il Capitano. Protagonista di un’altra prova eccezionale, autentico uomo ovunque di una squadra che non finisce di stupire per la sua straripante condizione atletica. Montella ha deciso di giocare il tutto per tutto a dieci minuti dalla fine, schierando quattro punte: Mirallas, Chiesa, Muriel e Simeone che ha preso il posto di Benassi. Ma per la Fiorentina non c’è stato più niente da fare.

Dalla sua Atalanta, Mino Favini non poteva ricevere un tributo più grande, più entusiasmante, più degno di lui. Percassi, Gasperini, la squadra, la società, gliel’avevano promesso. Sono stati di parola.

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