Del prete suicida a Livorno

Detta in breve la vicenda appare semplice: c’è un vescovo – quello di Livorno – che vuol trasferire un parroco da una parrocchia a un’altra. Il parroco non accetta l’idea. Il vescovo non recede. La trattativa dura un anno e alla fine di questo mese il trasferimento avrebbe dovuto diventare operativo. Qualche mattina fa una delle due perpetue, mentre lo cerca per ricordargli la messa, trova un biglietto che la invita a chiamare il 118 perché lui, il parroco, non vuole che sia lei la prima a vederlo appeso a una trave. Aveva 54 anni.

Poi si vengono a sapere altre cose. Il Tirreno, il giornale della città, aveva seguito da tempo tutto lo sviluppo della questione. I parrocchiani si erano da subito ribellati all’idea che il loro don fosse spostato nel quartiere della movida. Lui stesso aveva fatto presente che per una situazione come quella (il quartiere Venezia della città) sarebbe stato meglio un prete più giovane. Gli era stato risposto che il piano pastorale era stato pensato per il bene di tutti, anche il suo. Quando gli avevano mandato in parrocchia – all’Ardenza – il vicario del vescovo per cercare di pacificare gli animi il popolo si era sollevato fino al punto di rendere difficile all’ambasciatore la celebrazione della messa.

Aveva, il parroco, inoltrato domande alle diocesi di Fiesole e di Volterra, dove avrebbe voluto andare a risiedere pur di non ottemperare all’ordine del Vescovo. Gli fu detto che non c’era posto in nessuna delle due. Che a Fiesole abbiano l’organico al completo è poco verosimile; però tante cose inverosimili si dimostrano poi vere. Forse avevano semplicemente pensato che un prete con quella storia avrebbe potuto essere una grana: meglio qualche giovane extracomunitario. Ad ogni modo lui l’aveva presa come un’ulteriore chiusura di porte. E il giorno prima di morire, ha detto una parrocchiana, si vedeva che non stava bene. Non rispondeva nemmeno al cellulare.

Ha scritto, il parroco, anche alcune note al vescovo, in una delle quali fa perfino riferimento al fatto che uno di loro è pisano e l’altro di Livorno. Poi dice che non è questo il punto, però lo tira dentro. A cos’altro attribuire tanta rigidezza nei suoi confronti, pensa forse.

E il vescovo – anche questo è stato ricordato – gli aveva minacciato dei provvedimenti in relazione al fatto che invece di obbedire aveva scelto di mettergli i parrocchiani contro. I quali parrocchiani – che amavano tantissimo il loro prete – gli avevano addirittura suggerito di rivolgersi alle Iene o al Gabibbo. Lui aveva invece manifestato l’intenzione di scrivere al papa, ma non si sa se lo abbia fatto realmente.

Alla fine ha scritto al vescovo che lo avrà sulla coscienza. Il vescovo ha emesso un comunicato nel quale si dichiara addolorato per quel ch’è successo e che sa che quel suo prete è adesso nelle mani di Dio, cioè in ottime mani. Preghiamo per lui, per la sua famiglia e per la chiesa di Livorno. Poi c’è anche una storia di libretti di risparmio e di testamenti (pare 7, uno diverso dall’altro) di un vecchio prete – il padre spirituale del sacerdote in questione – sui quali indagherà chi di dovere.

E dunque? Dunque nessuno è stato in grado di aiutare questo povero prete. Che aiuto può essere, per un parroco, il suggerimento di rivolgersi al Gabibbo? Vuol dire solo metterlo davanti a una sconfitta cocente: sedici anni – tanti ne ha passati in quella chiesa – di parrocchia, di catechismi, di quarant’ore, di messe in cappellina d’inverno, e quelli sono capaci soltanto di pensare che Extra Ienas Nulla Salus?  Gli vogliono bene, d’accordo. Ma come ragionano, Signore mio! cos’hanno di cristiano in quelle loro teste?!

Lui ha difficoltà con la curia perché lo vuol spostare in un quartiere dove le sole comunità attive sono quella di san mojito e santa caipirinha: ma lui ha cinquant’anni passati, e non se la sente proprio di affrontare anime di questo genere. Non ce l’ha col vescovo: è che non ce la fa proprio. E loro, i parrocchiani, gli fanno la rivoluzione in chiesa gridando e insultando l’inviato della curia? Non c’è vergogna peggiore di quella che si prova per coloro che dicono di stare dalla nostra parte. E il vescovo lo accusa di averli sobillati contro di lui e gli ricorda l’obbedienza. Ma non ha sobillato nessuno. È solo che non ha le forze per ricominciare tutto da capo nella nuova parrocchia. Qui dov’è sta bene: ha i suoi parrocchiani, conosce i vecchi e gli ammalati. Prepara i bambini alla prima comunione. Ogni tanto sposa anche qualcuno. I funerali, si sa. Ma dove bevono, fumano e ballano la lambada non è il suo mondo. Preferisce Fiesole o Volterra, dove son tutti rossi, in chiesa ci va chi ci crede (fino ad esaurimento) e intorno c’è pace e silenzio. Non sarà il mare dell’Ardenza, però nemmeno il quartiere Venezia.

È un prete, è vero, però ha anche la depressione. Non lo sa, forse, che c’è una depressione strisciante che ci fa credere che sia la vita a esser diventata troppo dura per noi. Troppo dura e troppo tutto, davvero. Possibile che là dove vogliono mandare lui non ci sia nessun altro che ci possa andare? Nessun altro in tutta la diocesi che sappia trattare coi ragazzi – che oggi vuol dire gente fino a trenta, trentacinque anni? Parrebbe di no. E forse hanno ragione. Ma nemmeno io – Signore perdonami, Signore tu lo sai – ho più le forze. So che tu mi capisci.