Dieci domande a Dario Argento

Ha avuto da sempre l’impressione di guardare la vita attraverso l’occhio di un obiettivo. Il padre era produttore cinematografico, la madre fotografa di moda, così per lui l’esistenza è stata sinonimo di zoomate e primi piani sin dal momento della nascita. Forse proprio per quel modo strano di guardare e dunque di esigere e criticare, che ha alimentato una natura complessa e lontana dagli schemi ordinari, non si è fatto mancare niente negli anni giovanili: dalla fuga a Parigi per aver litigato con un professore del liceo, all’arresto per possesso di pochi grammi di hascisc.

Era il 1983 e proprio quell’anno usciva Phenomena, uno dei suoi ormai famosi thriller mozzafiato, che, sin dall’esordio con L’Uccello dalle Piume di cristallo, lo avrebbero consacrato nel mondo come maestro del brivido, appellativo prestigioso appartenuto soltanto al grande Hitchcock.

 

 

Pensare a Dario Argento significa andare a film memorabili come Profondo Rosso, con l’ossessionante, splendida colonna sonora dei Goblin, o a Suspiria. Entrambi autentici capolavori dell’arte di manipolare la realtà fino a frammentarla e renderla irriconoscibile, come una foto incastrata nel vetro rotto di una cornice. La fiaba diventa incubo, la quotidianità perde di colpo ogni rassicurante prerogativa e ciò che sembra non è mai vero. Le soluzioni alla Argento sono ogni volta sconcertanti e tutto sommato sospese e prive di una conclusione definitiva: la paura nasce da questa condizione impossibile da padroneggiare, perché privata di referenti.

Carriera inarrestabile e successi a luci alterne per arrivare al terzo millennio inaugurato con Non ho Sonno. Poi arriva Il Cartaio quindi La Terza Madre, che vede nuovamente nel ruolo di protagonista la altrettanto celebre figlia Asia.

 

CINEMA: FILM 'BARNEY'S VERSION' DI RICHARD J. LEWIS

 

Dario, tu non ti fermi mai. Cosa in realtà può attendere?
I premi, i salotti e le futilità in genere. Mi impegna fin troppo la mia professione per occuparmi degli orpelli inutili. La mattina indosso la mia ‘divisa da lavoro’ e vado.

Non può essere bello…
Rubare, comportarsi male con il prossimo e mentire per arrivare a uno scopo personale magari accumulando così potere e ricchezza.

L’irrinunciabile…
La mia libertà di pensiero e riguardo alle cose cui tengo maggiormente. La possibilità di muovermi a piacimento, preferibilmente da solo, di partire e tornare quando voglio: per questo non posso sopportare certe unioni sentimentali che privano di questi benefici.

Quale abito non indosseresti mai?
Non mi metterei mai in frac così come non vorrei mai indossare i panni dell’uomo politico, che ai miei occhi ha perso ogni interesse e in molti casi andrebbe preso a schiaffi.

Un grande nemico…
La censura che mi ha perseguitato ovunque, tanto in Italia che all’estero. Anche se in Cina i miei film circolano da una decina d’anni e sono addirittura al terzo posto nelle classifiche.

Quando è meglio voltare pagina?
Se ti accorgi che non ci sono più speranze e i tuoi progetti non hanno più strada. Allora occorre avere la forza di mollare e andarsene.

Quali sono i colori della creatività?
L’oro, il blu, il rosso, che sono i colori della passione. E l’argento che è quello del sogno. In genere per trovare il giusto cromatismo ascolto la voce dell’anima che mi guida infallibilmente.

Caminetto e libri  o lunghe passeggiate?
Non amo l’odore di fumo, quindi niente caminetto. La neve i prati, le montagne che raggiungo dopo aver camminato a lungo mi danno gioia.

Che ora batte la tua pendola?
Le ore della meditazione, che mi offre l’occasione di fermarmi e di pensare un po’ a me stesso.

Occhio destro o sinistro per capire meglio il mondo?
Forse il sinistro, che sento più critico e anticonformista.