E tutti questi omicidi-suicidi?
Son cose senza l’altro mondo

Scrive un amico: «Cosa succede agli esseri umani: uno di 28 anni si suicida portandosi dietro i passeggeri di un aereo, un altro entra in tribunale e fa strage (poi si sarebbe ucciso), ad Alassio il padre spara alla figlia che temeva di avere un cancro e poi si uccide, e così via. Ce ne sono tanti che fanno così, tutti i giorni. È saltato qualcosa?».

Bèh, per lo meno a qualcuno sono saltati i nervi, come si usava dire un tempo. Poi, come ripete da anni René Girard, non bisogna mai dimenticare che sotto molti aspetti l’apocalisse è già cominciata. In verità è cominciata dal giorno stesso di Pasqua (l’evento originale, quello di duemila anni fa) o dell’Ascensione. Qualcuno dice da una decina di giorni dopo, dalla Pentecoste. Comunque è già cominciata e prima o poi, come la morte che sta accanto alla culla di ogni neonato, si farà riconoscere. Non sappiamo quando avverrà l’atto finale, ma che accadrà è certo. Da cosa lo si deduce? dal fatto che la gente tende sempre più a ritenere che i guai che gli tocca attraversare non possano essere risolti neanche dando la colpa a qualcun altro.

Un tempo, per ridurre la probabilità che la gente arrabbiata col mondo e con la vita ammazzasse qualcuno o si ammazzasse, si ricorreva ai sacrifici: si prendeva un agnellino, una tortora o un bue (in proporzione alla gravità del danno che si intendeva evitare) e lo si sgozzava concentrando in lui tutte le colpe del mondo. Dopo di che si poteva ricominciare allegri e contenti come i bravi americani quando vedono che chi gli ha stuprato la figlia o ammazzato la zia viene a sua volta ucciso con tutti i sacri crismi. Vendetta di Stato non è vendetta (si fa finta di pensare). Che poi si scopra che il poveretto non era stato lui a commettere il reato, fa nulla: l’importante è che qualcuno – meglio ancora se innocente – paghi, come si dice.

Il problema è che da quando Gesù di Nazareth ha deciso di pagare lui per tutti, l’escamotage del capro espiatorio non ha più avuto ragion d’essere. Vendette e processi sommari sono residui di un modo di intendere la giustizia anteriori alla Croce, roba per popoli della savana. Residui di una religiosità arcaica, che per altro non sono scomparsi subito dalla faccia della terra. Sono come la plastica, che ci mette un’eternità a dissolversi.

Da qualche tempo, però, anche la convinzione che si possano risolvere le questioni più gravi mettendo in galera o impiccando i responsabili di un disagio va perdendo di fascino. Ci sono ancora quelli che si ostinano a ritenere che infliggere pene da capogiro e farle scontare fino in fondo sia un metodo utile a migliorare tanto il tono del proprio umore di fondo quanto l’assetto del vivere sociale, ma si tratta di soggetti poco acculturati, che non hanno ancora capito bene come vada la storia. Tutti gli altri, per ragioni diverse e spesso in conflitto tra loro, hanno capito che la pena, intesa come risarcimento, non funziona. Non funziona, da una parte, perché poi non viene scontata; non funziona, dall’altra, perché spesso viene applicata alle persone sbagliate; non funziona, infine, perché quand’anche si veda “marcire in prigione” (espressione ritenuta civile) il delinquente che ci ha fatto del male (ma che, ripetiamo, potrebbe anche essere che non c’entri niente) la soddisfazione non è mai quella che ci si aspetterebbe.

L’unica, si pensa, è farla finita: finita con chi ci ha dato fastidio (pum, pum), finita con chi si pensa che potrebbe darcelo (moglie, figli: pum, pum anche loro), finita con noi stessi perché non ce la sentiamo proprio di affrontare processi, inviti a Porta a Porta, domande di grazia da compilare, interviste in esclusiva a “Storie Vere” – che almeno le facesse l’Eleonora Daniele in persona, ci si potrebbe ripensare, ma poi ti mandano un giornalista qualunque. E allora facciamola finita del tutto. Un pum solo.

In un romanzo che chi ha fatto le superiori dovrebbe aver letto, un personaggio, giunto alla determinazione di tirarsi un colpo in testa, viene distolto dal proposito da un’interrogazione che gli si presenta improvvisa come un ricordo d’infanzia: e se ci fosse davvero, l’altra vita di cui tanto mi hanno parlato? Beh, se ci fosse – si risponde – allora neanche spararsi sarebbe la soluzione all’uggia che mi devasta. Non è un’idea sbagliata, quella di pensare che “sta cana eternità, ddev’èsse eterna!”, come ha scritto in una poesia Tomaso Landolfi postillando da par suo – cioè usando i versi di un altro poeta, il Belli – la terribile Insomnio di Jorge L. Borges. Cosa succede dopo che uno è nella bara, si era domandato il poeta argentino. «E doppo? doppo viengheno li guai, gli risponde il nostro. Doppo sc’è ll’antra vita, un antro monno / Che ddura sempre e nnon finisce mai».

Chi è convinto di questo non si ammazza, lo sanno bene gli psichiatri. Tanto meno si porta dietro un aereo o una nave con tutti i passeggeri. Chi non lo è, sappiamo cosa succede. A lui e agli altri. Non ci credono, tutti i compresi nella domanda iniziale, che l’Apocalisse è alle porte. Ce la fanno intravedere, ce la segnalano coi loro comportamenti sempre più diffusi, ma loro non traggono alcun vantaggio dal lume che fanno dietro di sé. Altrimenti capirebbero che gli converrebbe attendere almeno un po’. Perché passa la scena di questo mondo. Tranquilli.

 

La morte co la coda

Qua nun ze n’ esce: o ssemo giacubbini,
o credemo a la lègge der Ziggnore.
Si ce credemo, o minenti o ppaini,
la morte è un passo che ve gela er core.

Se curre a le commedie, a li festini,
se va ppe l’ostarie, se fa l’amore,
se trafica, s’impozzeno quadrini,
se fa d’ogn’erba un fascio … eppoi se more!

E doppo? doppo viengheno li guai.
Doppo c’è l’antra vita, un antro monno,
che dura sempre e nun finisce mai!

È un penziere quer mai, che tte squinterna!
Eppuro, o bene o male, o a galla o affonno,
sta cana eternità dev’èsse eterna!

Giuseppe Gioacchino Belli