Il Festival va, ma col freno a mano
(gli ascolti in caduta lo confermano)

La sessantanovesima edizione del Festival di Sanremo parte, ma con il freno a mano tirato e un motore che gira male, imballato. I presentatori che affiancano il leader Claudio Baglioni tirano il fiato e mostrano imbarazzo e forse crisi da Ariston. Salta agli occhi immediatamente, cosa che nel proseguo dello spettacolo si conferma, la ricerca di misure e relazione tra ruoli che ci auguriamo abbia più fortuna nelle prossime serate. Fatto sta che il “navigatissimo” Claudio Bisio, scintillante, sapido e funambolico sul palco di Zelig, ha evidenziato tutto il fastidio del disagio esordendo con una serie di “assist” non felicissimi offerti al confermato Baglioni, inventandosi analogie e battute stridenti e per lo meno originali. Qual è il profondo significato di «passerotto non andare via»? Il comico piemontese se ne esce con una esegesi semantica sbalorditiva: è la metafora del migrante. E noi, che invece avevamo per secoli creduto fosse la storia di un amore in bilico, con la lei che sta per lasciarlo…

Forzature dei tempi che non risparmiano neppure il clima canzonettaro di un Sanremo davvero alle corde. Di una kermesse che ha la troppo visibile connotazione di quella che a Roma viene definita «a festa de noantri», insomma una specie di versione canterina di Che tempo che fa dove gli invitati hanno tutti scrupolosamente identici requisiti e orientamento politico ben certificato. Ma a parte questo, torniamo alla manifestazione sanremese. Accanto ai due Claudio, Virginia Raffaele. Certamente vestita molto bene, look formalmente elegante. Abiti di Armani. Ma non basta: l’attrice comica costantemente sopra le righe si lascia troppo andare a risate da osteria e ostenta una parlata da borgatara romana doc. Non ci siamo. Eleganza nel muoversi e parlare zero, disinvoltura zero, senso dei tempi idem. Non ne azzecca una la bella Virginia, che a un certo punto irrompe con un inopportuno «salutiamo i Casamonica». Se Bisio fino a quel momento stava vagolando in una nuvola di nebbie assortite, viene steso definitivamente dalla battuta della sua collega.

L’unico ancora una volta a salvarsi è Baglioni: recita il suo compitino e con algida espressione ripete diligente le battute da copione. Così non si sbaglia. La partecipazione di Pierfrancesco Favino è paragonabile a quella di un extraterrestre capitato lì per caso: espressione della serie “dove sono capitato e cosa ci faccio qui” forse intimamente temperata dalla consapevolezza di un cachet consistente, ottimo carburante per ben figurare. E non basta nemmeno mettere in burla cantata lo scherzo ormai virale sui social che mostra il terzetto titolare con i tratti della Famiglia Addams. Lo sketch è poco riuscito, moscio e non graffia come avrebbe forse dovuto e potuto. Si rispolvera perfino l’indimenticabile Quartetto Cetra, con la scusa del sessantesimo de Nella Vecchia Fattoria e della presenza di Valeria Fabrizi, moglie del compianto Tata Giacobetti. Il risultato non cambia e tutto resta nella guazza indifferente dello stravisto e strasentito.

Ma Sanremo è sinonimo di canzoni in gara, che sono il quadro rispetto alla cornice, con tutte le crepe di una struttura vecchiotta e abbastanza inadeguata. Dunque, Loredana Bertè ha fatto bene, cosi come Patty Pravo, nonostante il disgraziato “incidente” che ha ritardato fino al fastidio il brano. Benissimo Simone Cristicchi, Ultimo e Mahmood con Soldi. Per il resto, un Sanremo incolore e insipido che non attira l’attenzione, che non riesce a catturare, a meno di un miracolo. Gli ascolti in caduta verticale ne sono la triste evidenza.

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