Il mago del musical all’italiana

Saverio Marconi, ovvero il “mago” del musical all’italiana. Regista e produttore della Compagnia della Rancia ha diretto e messo in scena spettacoli di grande successo adattando e riscrivendo commedie musicali famose: da A Chorus Line a La Cage aux Folles fino a Cats, West Side Story e Sette Spose per Sette Fratelli. Una carriera lunghissima iniziata a Firenze alla Scuola di Recitazione di Dory Cei e perfezionata nel 1970 al Teatro Studio del Teatro Metastasio di Prato dove riesce a ottenere la sua prima scrittura da Garinei e Giovannini. Come attore cinematografico esordiente si è anche guadagnato il Palmarès al Festival di Cannes e il Nastro d’argento nel film dei fratelli Taviani Padre Padrone, proseguendo la sua esperienza nel mondo della celluloide con registi del calibro di Gillo Pontecorvo, Luigi Comencini e Pasquale Squitieri. Dopo le edizioni del ’97 di Cabaret, tratto dal celebre film che ha reso famosa nel mondo Liza Minnelli, con protagonista un memorabile Gennaro Cannavacciuolo e del 2007 con Michelle Hunziker nella parte di Sally Bowles, il musical sempre prodotto dalla Compagnia della Rancia, torna proprio in questi giorni nei maggiori teatri italiani.

Stavolta i protagonisti sono l’istrionico Giampiero Ingrassia, una maschera a metà tra il Joker e il Corvo, e Giulia Ottonello, vincitrice della seconda edizione di Amici. La storia raccontata è quella del romanziere americano Cliff in cerca di potenti motivi di ispirazione nel trasgressivo Kit Kat Klub, locale molto in voga nella Berlino degli anni Trenta. Qui incontra Sally Bowles, la stella del club berlinese con la quale darà inizio a una relazione molto burrascosa sullo sfondo di una Germania in fermento all’alba del Terzo Reich. Ed è proprio nella città tedesca condannata al destino del nazismo che altre storie si intrecciano evocate dalla maschera subdola e nel contempo ammaliante del Maestro di Cerimonie del Kit Kat, metafora stessa della decadenza che sta corrompendo la morale corrente.

Saverio Marconi, dopo due adattamenti di Cabaret a quale nuova formula ha pensato?

«Si tratta di una versione molto più libera nella sua concezione. L’invito è quello di guardare oltre le apparenze e di imparare a leggere tra le righe la realtà che ci circonda, spesso volutamente distorta».

Viviamo adesso un momento di confusione e transizione, crede che potrebbero riaffacciarsi quegli stessi pericoli?

«Anche oggi quel che sta accedendo è solo colpa nostra. I pericoli ci sono già, eccome. Evidentemente di tipo diverso, ma possiamo forse dirci liberi? Siamo ogni giorno stracontrollati con mille pretesti, da quando conversiamo al telefono a quando usiamo la carta di credito. Sarebbe questa la tanto decantata privacy?».

Il teatro soffre di una crisi del resto generale, esiste secondo lei una soluzione?

«Mi creda, ricette non ce ne sono. È una crisi che forse passerà, ma dubito di poterne essere testimone. Stiamo vivendo tempi molto difficili e superarli sarà un dura prova. Spero che tutto si sistemi per il meglio, altrimenti le generazioni future corrono seri rischi».

Cosa manca a suo parere nel panorama teatrale italiano, quali i suoi maggiori difetti?

«I difetti li vedo ma non mi attardo a prenderli in eccessiva considerazione. Cerco di guardare magari le cose più belle e meglio riuscite per il piacere di esserne invidioso piuttosto che disperarmi incappando in spettacoli brutti. Le confesso che sono arrivato a un’età in cui comincio a guardare il mondo con un certo distacco».

Per quale motivo secondo lei la gente spesso preferisce starsene a casa invece di andare a teatro?

«Perché magari preferisce restarsene incollata al computer o decide di guardare un film registrato, tutte  cose che sembrano molto più pratiche e prive del possibile fastidio del dover andar fuori. In realtà fa molto male perché così si smarriscono molti piaceri da condividere e specialmente si rinuncia a quel flusso di emozioni che solo il teatro può regalare».

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