Italiani, laureati e… analfabeti

Ora che si levano alte voci dal Ministero dell’Istruzione è ufficiale: l’ignoranza sesquipedale dei nostri studenti nel far di calcolo semplice come nell’espressione scritta e parlata della lingua italiana è sotto gli occhi di tutti. È da tempo in realtà che se ne parla, lo aveva sottolineato Umberto Eco e anche chi scrive molto più modestamente si era preso la briga di mettere in luce un fenomeno che è sotto gli occhi di molti e merita qualche spiegazione.

Per gioco, un po’ tra il serio e il faceto, ho anche dato vita qualche anno fa alla pagina facebook L’italiano sotto la suola delle scarpe, devo dire molto frequentata e per molti versi eco autofagica di un social che quanto a orrori grammaticali e ortografici ha pochi rivali. È fatale: il polso dell’andazzo in molti ambiti si misura spesso dalle piazze virtuali che lo stesso Eco definiva territorio franco dove dar libero sfogo a un analfabetismo senza limiti né ombra di pudore. Pudore e senso della misura, coscienza dei propri limiti. Prerogative smarrite totalmente in questo nostro mondo dove tutto viene fatto apparire facile e a portata di mano.

Analizziamo il fenomeno partendo da un dato sociale: la crisi del lavoro. A quanto sembra i giovani non cercano nella giusta direzione e spesso non lo trovano perché aspirano immediatamente a posti dirigenziali e soprattutto ben retribuiti. Il vecchio e condiviso concetto di gavetta appare ormai retaggio di una civiltà giurassica in estinzione e sono ormai anni che l’immaginario collettivo giovanile si nutre di idoli televisivi, autentico paradiso di delizie cui aspirare. Pullulano allora i talent, fioriscono le attricette e gli attorucoli da fiction, mentre gli stadi osannano i loro campioni sportivi. Pochi si rendono conto che sono tutte meteore messe dentro un tritacarne effimero e destinato a durare qualche stagione… Eppure i compensi possono essere stratosferici e la prospettiva è quella di un mondo dorato, irresistibile, dove l’apparire è tutto rispetto all’essere ridotto a nulla. Perché dunque studiare, per quale motivo applicarsi, per quale incomprensibile ragione si dovrebbe parlare bene la propria lingua, mentre è di moda quella di Salvatore, frate demente de Il Nome della Rosa, capace di esprimersi in ogni lingua e nessuna?

Un tempo per riconoscere l’ignorante fatto e finito bastava sentirlo proferire la classica quanto stupida frase di fronte a una eventuale puntualizzazione: beh, l’importante è capirsi. Adesso non è più il villico a proferirla perché è diventato il patrimonio di carta stagnola anche dei cosiddetti laureati, spesso affatto padroni della propria lingua, nonostante vantino un cospicuo medagliere fatto di stage in “spagnola, russa, tedesca”. Personalmente rimango ai nomi al maschile, ma se così suggerisce il correttore automatico “cinese” del pc non resta che inchinarsi, in assenza di basi solide per replicare.

Vedo fiorire accenti dove non ci vogliono, a senza o con acca messe a caso, congiuntivi da paura, per non parlare della grammatica e della sintassi trattate come se semplicemente non esistessero. Sono ragazzi, studenti, ma anche adulti e persone che possono sventolare il loro bel titolo di studio: vuoto e per di più a rischio di un analfabetismo di ritorno. Figlio delle generosissime largizioni di una scuola che si è lasciata defraudare del proprio ruolo da una politica demagogica tesa sovente ad accontentare genitori incompetenti, rissosi e pronti alla minaccia fisica di fronte a dirigenti spaventati e remissivi in modo donnabondiano.

La conseguenza di una scuola esautorata da un lato, e dall’altro scimmia improbabile di metodi d’oltreoceano applicati con il solito ritardo nel nostro sistema, non può che provocare il corto circuito più assoluto. Abbiamo, in poche parole, buttato l’acqua del bagno con il bambino dentro e come al solito ci siamo fatti abbagliare dalle perline in cambio dei gioielli che avevamo. E queste risorse preziose erano rappresentate da una salda cultura di base con il serio studio delle radici della nostra civiltà oltre che della nostra lingua: il latino e il greco.

Il famoso film Il mio grosso, grasso matrimonio greco rende piacevolmente l’idea su questo aspetto. divertendo. L’ho già scritto su questo quotidiano, ma lo ripeto: Bill Gates sceglie i propri collaboratori a patto che abbiano anche una solida cultura umanistica. Forse, secondo un paradigma divenuto scontato, dovremo attendere una trentina d’anni per rimettere le lancette dell’orologio in linea rispetto a quelle dell’America contemporanea. Per il momento non vedo spiragli di speranza: da sempre l’ignoranza è stata madre della presunzione e in una società che tutto sommato la legittima non possiamo stupirci più di tanto se si è radicata e fiorisca. L’ignorante è e resterà sempre strenuo custode del suo stato.