Ma la De Filippi che c’entra?

Ho scoperto con qualche brivido di avere gli stessi anni del Festival di Sanremo: sarà per una sorta di perversa autopunizione o per inspiegabile compulsione verso qualcosa di prossimo alla regressio ad gremium che ancora una volta non ho potuto resistere alla sirena sanremese e sono rimasto fino alla fine appiccicato al video.

In realtà il contenitore del festival è sempre quello, la formula più o meno modificata cambia pochissimo, grazie alla collaudata ‘ricetta Conti’, e il risultato è la solita poltiglia di suoni più o meno cacofonici, di stonature imperdonabili, assieme alla banalità di testi senza troppa storia, tranne quella di presentatori strapagati alla stregua di certi contemporanei divi del calcio. Ma la televisione è business, una macchina formidabile capace di muovere montagne di denaro perché un’azienda per mantenersi e crescere deve prosperare, e nel caso della nostra emittente di stato proseguire nella gestione di tutti i suoi antichi e ben radicati privilegi. Lo spettacolo del festival è nazionalpopolare, gli sponsor lo sanno benissimo, così gli affari si sviluppano puntando a audience sempre più impressionanti, come lo diventano di conseguenza i cachet. Perciò tutto è calcolato alla perfezione: la scelta dei presentatori, mai causale ma frutto di severissimi sondaggi, degli ospiti, dei testi delle battute, di tutto. Spontaneità e spettacolo televisivo istituzionale sono stati e restano universi opposti. L’inteccherimento, che non è qualcosa di simile all’aplomb inglese di un Sergio Telmon, è da sempre un valore aggiunto molto gradito, quindi se qualcuno si chiede per quale motivo sia stata scelta la conduttrice più compassata, estranea e assente dell’universo televisionario potrà darsi senza sforzo facile risposta.

La De Filippi fa davvero pendant con l’atteggiamento baudesco di Carlo Conti: affidabile, misurato e sempre cosciente di avere di fronte un megapubblico di anziani borghesi del nostro Paese, sovente padroni dei cordoni della borsa e inclini al giudizio severo. Ed ecco, la De Filippi: la chiamano nei social Maria, con deferenza adatta a confezionare l’ aura di mistica devozione che quel nome evoca, probabilmente guadagnato in tante trasmissioni strappalacrime nelle quali il pubblico medio sembra bearsi. Perché la scelta cadesse su di lei sono stati elaborati sofisticati e ben mirati sondaggi, non ci sono dubbi. Ed è questo che sinceramente mi mette in apprensione, dal momento che capisco di avere percezioni aliene rispetto alla massa della gente.

A mio avviso Sanremo è una kermesse in cui trionfa il kitsch senza limiti, si guarda con lo stesso spirito di chi va al circo, si fanno raffronti col passato impossibili e soprattutto quel che attira di più è la perversa prospettiva della critica: piacere di stare insieme solo per criticare, dice Franco Battiato in una sua celebre canzone. Quindi il festival è mosso e si muove sulla spinta di passioni diverse, di attrazioni e repulsioni feroci, di antipatie incontenibili e di innamoramenti irrazionali. Si guarda Sanremo a prescindere dalle canzoni che dopo qualche settimana nessuno ricorderà più ingoiate dal contemporaneo, catabolico tritacarne dello spettacolo. I giovani vanno a Sanremo se hanno questa fortuna per esibirsi, ma sono in pochi a guardarlo. Lo spettacolo è piuttosto costruito per i soliti, per quelli della mia età, per i vecchi bacucchi che ricordano altre edizioni in cui loro stessi erano un’edizione diversa e a incroci di vita assai differenti. Non a caso Bruno Vespa, nel presentare il festival, ha fatto sognare i fasti del passato sulle note di Zingara di una ancora brava Iva Zanicchi. Dunque passione.

Perciò sorge spontanea la domanda: la De Filippi capace di smuovere l’invidia di un iceberg in quanto a freddezza, impegnata a spremere lacrime di glicerina nei suoi show mettendoci l’impegno meditativo di un monaco zen, che c’entra? Condurre un talent oppure un talk show è ben altra cosa rispetto al saper stare in equilibrio sul palcoscenico con tacchi da dodici e per di più muovendosi con un minimo di femminilità. Un look d’insieme che fa immaginare le difficoltà dello stilista nel vestirla: forse gli abiti in sé sarebbero stati diversi, perfino belli, indossati da un’altra…dico forse.

È plateale: alla signora De Filippi non importa una mazza di stare lì a presentare Sanremo, lo ha fatto ma con lo stesso entusiasmo di chi è trascinato a forza ad una riunione di condominio. Ma i suoi fan vedranno in questo tutti i segni del martirio e della beatificazione, di Maria che si sacrifica immolandosi per un bene comune, ludico e futile, e che per giunta prescinde da qualsiasi retribuzione. Una santa. E sarà sull’onda della beatificazione di un personaggio assolutamente degno della nostra televisione che l’audience diverrà esponenziale, mentre la sua eco, impregnando l’etere in assolutezza spaziale, si librerà nell’alto dei cieli. Perché Sanremo è Sanremo.

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