La posta degli amori sfigati
Quando scade la sofferenza?

Cara Alba,
Quando ho deciso di mettere un punto alla storia con lui, ne ero convinta. E lo sono anche oggi. Ma è passato più di un anno e io, nonostante tutto, non riesco a non pensarlo, a non soffrirci, a non volerlo. Siamo stati insieme poco, qualche mese. Io non ero fatta per lui, lui non era fatto per me. Ma soprattutto io non meritavo di essere trattata così, come una delle tante. Insomma, averla chiusa è stata, razionalmente, la cosa migliore. E allora perché, oggi, se vedo una sua foto o se lo sento nominare, sento ancora una fitta lancinante trafiggermi il petto e le lacrime accarezzarmi le palpebre? Perché, nonostante tutto, non riesco ad andare avanti?
Anonima

Cara Anonima,
Il tempo, che signore. La sofferenza è questo, in gran parte: non sapere quando si starà bene di nuovo. E più te lo chiedi, più questa data di scadenza sembra farsi lontana e inafferrabile. Ma il giorno di sole in cui tutto questo ci farà «alzare le spalle per la noia che ci procura» arriverà, questa è l’unica certezza. Esserci rimasti male, è struttura debole, il caffè tre anni dopo e non sentire, la vittoria silenziosa, che ti scordi anche tu.
Mi servi su un piatto d’argento la mia citazione preferita, il mio riferimento culturale per eccellenza, Philip Roth nella sua Pastorale Americana (leggilo, la distrazione aiuta): «Dopo tutto, quello che chiamiamo “il passato”, quando ci si incontra in queste occasioni, non è un frammento di un frammento del passato. È il passato inesploso: non si ripesca nulla, nulla, proprio nulla. È nostalgia. Cazzate». Cazzate, quindi. E data di scadenza.

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