Inizia l’era del puro trovarsi qui
(A Cuba c’è stato il nuovo big bang)

Seguo su tv2000 il viaggio del papa in Messico. Ma – lo confesso – in maniera tutto sommato svogliata, come chi si stupisce che le cose e le parole riaccadano sempre nuove come fosse la prima volta, ma in fondo pensa di sapere di che cose si tratti e – ancora più in fondo – non ha tutti tutti i torti di pensarlo.

C’è invece un fatto che continua ad abitarmi come se io stesso fossi diventato un universo in espansione (la botta delle onde gravitazionali mi ha stordito non poco) suscitato dall’ennesimo ed imprevisto big bang: ed è l’incontro fra il papa e il metropolita Kirill all’aeropuerto José Martí di La Habana de Cuba. Che vuol dire sigari, Rhum e cubanite da mandarti fuori di testa.

È stato il sociologo Marc Augé a creare, per strutture come stazioni metropolitane e ferroviarie, aeroporti, outlet e assimilati la fortunata nozione di non-luoghi. Luoghi di passaggio, che si attraversano quasi (o perfino del tutto) dimenticandosi del loro esserci. Francesco e Kirill si sono incontrati in un non-luogo. E con questo semplice dato di fatto hanno introdotto la Chiesa di Dio in una nuova era, che se non avessi paura di essere frainteso mi piacerebbe chiamare l’era del non-sacro originario. L’era del puro trovarsi qui.

Pensiamo alla scenografia in cui si sarebbe collocato, solo qualche anno fa, un incontro religioso avvenuto a distanza di mille anni dal precedente: un enorme palazzo – o una cattedrale – bardato di tutto punto di ori, insegne e luci sfavillanti. Liturgie addobbate di ogni farragine simbolica, dignitari impettiti e discorsi epocali. Pensiamo all’incoronazione di Napoleone nel quadro di Jacques-Louis David.

Niente di tutto ciò ha fornito il contorno all’incontro millenario: un tavolino che forse avrebbe sfigurato perfino nell’ufficio di un detective privato, o in un teatro parrocchiale in occasione di un incontro serale per genitori; due sedie non a norma; un microfono che è stato necessario picchiettare per assicurarsi che funzionasse; per le firme due penne 0.5 probabilmente acquistate dal giornalaio dell’aroporto, che non si capiva a chi dovessero essere restituite; poche parole a braccio. Kirill aveva almeno l’infula (o come altro si chiama quel velo bianco coi serafini e la croce d’oro in cima) a ricordare la sua dignità, Francesco la sua solita vestina bianca da pochi euro. Dimenticata del tutto la sproporzione numerica fra chiesa di Roma e quella di Mosca. Due presidenti di multinazionali non avrebbero accettato una location simile per definire i loro affari. Avrebbero affittato almeno una suite nell’hotel dell’aeroporto. Questi due no: gli andavano bene anche le sedie in tubolari e plastica e, prima, quelle poltrone da vergognarsi ad averle in casa, con relativi tavolini.

Dieci secoli di storia chiusi da un abbraccio e tre baci alla russa. Come altri mille chiusi da un parto in una stalla, perché non c’era posto nel serraglio di Bethlehem. Niente di sacro allora. Niente adesso: solo uomini consapevoli della propria storia e della propria responsabilità di fronte a Dio.

In tutto ciò, gigantesco nella sua totale dimenticanza di sé, Raúl Castro. Il presidente Raúl Castro, in piedi accanto alla parete, confuso fra responsabili della sala stampa e d’altre incombenze. San Raúl Castro. Che ne avrà combinate quante si voglia nella sua vita, ma l’altro giorno ha lavato tutti i suoi peccati percorrendo il corridoio fino alla stanza dell’incontro come fosse nessuno, aspettando che la parete scorrevole si aprisse come un sipario per l’entrata degli ospiti, e standosene lì in piedi a contemplare l’evento senza dire niente. Uno qualunque dei nostri sindaci di paese avrebbe almeno ritenuto consono alla propria dignità dire due parole di benvenuto. San Raúl no. Bastavano quei due e, nell’angolo, la bandiera del suo paese. Francesco si è almeno ricordato di ringraziarlo, alla fine. Kirill no, come non ha ritenuto nemmeno di offrire dei doni alla delegazione papale.

Kirill ha detto quel che doveva dire, Francesco si è fatto piccolo che manca poco si sarebbe schiacciato sul piano della scrivania per dimostrare il suo accorato riconoscimento del miracolo in atto, e poi ciascuno a casa sua. L’incontro aveva iniziato a produrre la sua onda d’urto.